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2026.5.9 Andrea Sempio, tra soliloqui, agende scomparse e sogni di stupri. In tv dice: “Non ho commesso questo fatto atroce”
Esaminati i diari dell’indagato. Secondo i carabinieri le agende precedenti al 2018 sono state eliminate. Lo confermerebbe un altro soliloquio intercettato il 27 febbraio 2025: “Ma che c…o stanno dicendo… (a bassa voce) le ho bruciate tutte… vaff… andiamo a processo”
Garlasco (Pavia) – “Porca p…a che c…o vogliono questi”, “ancora sta storia”, “che c…o hanno trovato?”. È la reazione di Andrea Sempio, già intercettato, quando il 26 febbraio 2025 ha ricevuto la telefonata (alle 15.33) che lo invitava al Comando carabinieri di Voghera per una notifica. Ha così scoperto di essere indagato, nuovamente dopo l’archiviazione del 2017, per l’omicidio di Chiara Poggi del 13 agosto 2007 a Garlasco.
I soliloqui
Nelle 309 pagine dell’informativa finale dei carabinieri di Milano, tra gli atti della chiusura indagini notificata giovedì, si riportano altre intercettazioni, oltre al già noto soliloquio del 14 aprile 2025, in cui (è la tesi) avrebbe ricostruito una telefonata di ’avance’ a Chiara: “Cioè è stata bella str….giù il telefono”, diceva. Il 12 maggio 2025 “mentre si trova da solo nella sua vettura – riferiscono i carabinieri relativamente a un’altra intercettazione – parla della presenza del sangue in casa Poggi, in relazione agli elementi a carico (o meno) di Alberto Stasi, lasciandosi andare al commento “quando sono andato io (compatibile con “quando sono andato via”) il sangue c’era”. Mentre lui (Stasi), è sempre Sempio a parlare, “non se ne è reso conto ma…senza accorgersene ha evitato le macchie”.
L’interpretazione dei legali
“Rappresenterebbe, e uso dieci volte il condizionale – ribatte l’avvocato Liborio Cataliotti, che con la collega Angela Taccia assiste Andrea Sempio – il nuovo fondamento probatorio di questa accusa nei confronti di Andrea Sempio. È, in tutta evidenza, la rappresentazione di un verbale di Stasi che risponde alle domande degli inquirenti, domande a lui rivolte nei giorni immediatamente successivi all’omicidio. Riproduzione che viene inframmezzata da commenti del nostro assistito. Solo l’audizione dell’audio ci consentirà di discernere quando Andrea riportasse le parole di Stasi in prima persona e di chi gli rivolgeva le domande e quando, invece, commentasse”.
Gli scritti di Sempio: scomparsi quelli fino al 2017
Oltre ai diversi soliloqui intercettati, ci sono poi “gli scritti di Sempio”, a cui è dedicato un apposito capitolo dell’informativa finale dei carabinieri. Si tratta di “numerose agende e quaderni contenenti scritti – materiale sequestrato nelle perquisizioni del 14 maggio 2025 – che in questi mesi sono stati oggetto, da parte di questa pg, di un’analisi investigativa che ha consentito di isolare una serie di elementi che possono considerarsi di sicuro interesse probatorio”. Anche se “la sua vita fino al 2017 sembra completamente scomparsa”, perché il materiale è tutto successivo al 2018: “È molto probabile che Sempio nel 2020 si sia liberato proprio di quelli (diari, ndr) antecedenti al 2018”, riferiscono i carabinieri annotando una conferma in un altro soliloquio intercettato il 27 febbraio 2025: “Ma che c…o stanno dicendo… (a bassa voce) le ho bruciate tutte… vaff. andiamo a processo”.
Le confessioni di Sempio
In un’agenda marrone, con pagine strappate, c’è un racconto datato 19 settembre 2019 “storia di vita di Sempio Andrea”. “Nei suoi racconti – sintetizzano i carabinieri nell’informativa – Sempio si mette quasi a nudo e scrive tranquillamente anche di aspetti poco piacevoli della sua vita, infatti scrive di essere stato bullizzato alle superiori, del suicidio del suo amico Michele Bertani, del periodo in cui si auto-procura lesioni, dell’essere un satanista, delle proprie difficoltà ad approcciarsi con le donne e delle difficoltà a integrarsi”.
Già nota la frase “commesso cose brutte”, evidenziando anche “ne ho passate tante… decisamente… cose che altri non hanno mai vissuto né che mai vivranno”. E annota sogni violenti: il 3 gennaio 2020 “sogna che accoltella”, il 6 giugno 2020 “sogna che stupra”. In serata il commento di Andrea Sempio, letto in tv a ’Quarto Grado’: “Io questo fatto atroce non l’ho commesso”. E su un ipotetico arresto: “Spero che non accada”. E ancora: “Il pensiero di tutti è che Chiara possa avere verità e giustizia. Ad iniziare dai suoi parenti”.
2026.5.8 Chiara Poggi “morta fra le 9.12 e le 12.30”. In quell’intervallo Sempio avrebbe potuto colpire due volte: la consulenza
L’arco di tempo – che non esclude la finestra in cui Alberto Stasi non aveva un alibi – è indicato nell’elaborato presentato dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo alla procura di Pavia che indaga sul delitto di Garlasco. Il primo medico legale aveva indicato la fascia 10.30-12
Garlasco, 8 maggio 2026 – A che ora è morta Chiara Poggi in quella maledetta mattina del 13 agosto 2007?
È, questa, una delle domande fondamentali di ognuna delle inchieste che hanno riguardato il delitto di Garlasco, quella conclusasi con la condanna in via definitiva dell’allora fidanzato Alberto Stasi (che ora, alla luce degli ultimi eventi, potrebbe essere messa in discussione, almeno da parte degli avvocati dell’ex bocconiano), così come quella, attuale, su Andrea Sempio, accusato – indagini appena chiuse – di omicidio volontario, motivato da un rifiuto a un approccio.
Il documento
In questa nuova inchiesta la procura di Pavia ha arruolato la nota anatomopatologa Cristina Cattaneo chiamata, appunto, a fornire un presunto orario della morte della giovane. Nel documento consegnato e allegato al fascicolo d’indagine l’ultimo respiro di Chiara è collocato in una finestra temporale che parte dalle 9.12 e che corre fino a tre ore dopo. Un arco di tempo che non esclude la finestra in cui Alberto Stasi non aveva un alibi e che è costata all’allora fidanzato la condanna a 16 anni di carcere per l’omicidio del 13 agosto 2007.
In particolare in un’annotazione del Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano, si riportano le conclusioni dell’esperta incaricata di stabilire (nuovamente) l’orario della morte della ventiseienne. L’esito fornisce una finestra temporale tra “le 7 e le 12.30” del 13 agosto 2007, ma confrontando i metodi più accurati e scientificamente più solidi insieme ai dati circostanziali portano a restringere il range tra le 9.12 (quando la giovane disattiva l’allarme di casa) alle ore 12 circa.
L’opinione
Il primo medico legale Marco Ballardini indicava come intervallo più probabile della morte la fascia 10.30-12 con maggior centratura tra le 11-11.30, “tuttavia, sul piano rigorosamente scientifico, la ricostruzione deve rimanere ancorata al range più ampio poiché e quello supportato in modo robusto dai dati statistici più affidabili”, quindi “le evidenze scientifiche più solide portano a considerare il range più ampio” scrive la consulente Cattaneo.
Il contenuto gastrico trovato nello stomaco della vittima (del tutto coerente con quanto ritrovato sul divano, ndr) indica un “periodo della morte probabilmente compreso tra 30 minuti e le 2-3 ore circa dall’ingestione della colazione”, ma non potendo avere un “ancoraggio” sull’orario reale della colazione, il dato da cui bisogna partire è l’orario in cui Chiara ha disinserito l’allarme, cioè le 9.12. Quell’orario, per altro, era emerso anche in sede di Processo d’Appello.
I puntelli
È da questo intervallo temporale, dedotto scientificamente, che i carabinieri indicano due possibili finestre temporali contro Sempio. L’indagato “ha avuto il modo ed il tempo di commettere l’omicidio di Chiara Poggi dopo le ore 9.12 (orario di disinserimento allarme per fare uscire i gatti) e le ore 9.58 della mattina del 13 agosto 2007” quando il 38enne prova a chiamare un amico. Per chi indaga c’è un secondo intervallo utile per il delitto: “tra le 9.58 e le ore 11.25 (orario in cui viene chiamato da casa dei genitori, ndr). Entrambe le fasce orarie si collocano perfettamente nella forchetta temporale riguardante la digestione del contenuto gastrico della vittima”.
Insomma, l’orario del decesso di Chiara, pare di capire, resterà elemento dirimente e motivo di confronto fra le parti anche nell’eventuale processo ad Andrea Sempio.
2026.5.8 L’avvocato De Rensis: “Alberto Stasi ha una speranza sempre più crescente, l’indagine su Sempio farà tanta paura”
Delitto di Garlasco, il legale del 42enne condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi commenta gli ultimi sviluppi del caso Sempio: “Questa indagine forse ci permetterà di lavorare per preparare una richiesta di revisione”
Garlasco (Pavia), 8 maggio 2026 – “Alberto ha una speranza sempre più crescente, ma anche un equilibrio che lo fa rimanere con i piedi per terra”. Sono le parole dell’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi – condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi (avvenuto il 13 agosto 2007, ndr) – intervenuto, giovedì, a ‘Ignoto X’ su La7 e commentando gli sviluppi più recenti del caso Garlasco.
Il legale ha quindi invitato a mantenere equilibrio e prudenza, spiegando che, alla luce delle nuove indagini sulla posizione di Andrea Sempio, la colpevolezza di Stasi sembrerebbe allontanarsi sempre di più. Allo stesso tempo, però, ha sottolineato la necessità di attendere tutti gli atti dell’inchiesta prima di formulare una valutazione definitiva e completa del quadro investigativo.
Ieri, è infatti stato il giorno in cui la Procura di Pavia ha ufficialmente chiuso l’indagine su Andrea Sempio, accusandolo dell’omicidio volontario della 26enne (aggravato dai motivi abietti e futili e dalla crudeltà), dopo che il giorno prima lo aveva interrogato, mostrandogli delle intercettazioni che potrebbero riscrivere il delitto, e lui si era avvalso della facoltà di non rispondere.
La richiesta di revisione
Riguardo il suo assistito, De Rensis ha aggiunto: “È consapevole della sua situazione attuale di detenuto, consapevole altrettanto che questa è un’indagine seria e che forse ci permetterà di lavorare intensamente e nel tempo più veloce possibile, compatibilmente con la mole degli atti, per preparare una richiesta di revisione”. “Poi osserveremo con grande rispetto ciò che si autodeterminerà di fare il procuratore generale Nanni”, ha proseguito De Rensis.
“L’indagine che fa paura a qualcuno”
L’avvocato ha poi sottolineato: “Questa indagine fa e farà tanta paura a qualcuno. Si cerca di sfuggire la realtà immaginando situazioni che non hanno niente a che vedere con la realtà. Chissà che questa indagine non ci faccia scoprire che qualche censore verrà poi censurato”.
E ancora: “Che ci sia stata un’operazione spazzatura, questo è sicuro. Però quando fai l’operazione spazzatura, devi calcolare bene il vento, perché se sbagli il vento la spazzatura ti torna in faccia”.
“Questa nuova indagine è stata svolta da dei galantuomini, che non hanno mai avuto contatti con alcuno. Lo ripeto: l’ultima volta che ho parlato e visto il procuratore capo è stato quando è stato sentito Alberto, e lo stesso vale per gli altri pubblici ministeri”, ha affermato il legale di Stasi.
Bocellari: “Tirare fuori dal carcere Stasi”
Ieri, anche l’avvocata Giada Bocellari, che insieme a De Rensis difende Alberto Stasi, aveva commentato le presunte intercettazioni di Andrea Sempio: “Sarebbe agghiacciante e a quel punto l’obiettivo sarebbe quello di tirar fuori dal carcere Stasi il prima possibile”. Poi, aveva aggiunto: “Se ci fosse stata un’intercettazione analoga su di lui, sarebbe stato non all’ergastolo: ne avrebbe presi tre di ergastoli. Non c’è una intercettazione di Alberto Stasi che sia stata utilizzata nel procedimento dalla Procura nel 2007, non ce n’è una. Il problema è quello dei due pesi e due misure…”.
E riguardo la richiesta di revisione aveva voluto specificare: “Quando si fa la richiesta si può chiedere anche contestualmente la sospensione dell’esecuzione. Non molto tempo fa ho detto che non l’avremmo chiesta, non l’avremmo voluta. Ma se il quadro indiziario fosse solido e ci fossero intercettazioni di questo tipo, allora il quadro probabilmente cambierebbe molto. E quindi potremmo chiederla, perché ricordiamoci che c’è un ragazzo detenuto da più di 10 anni per questo omicidio”.
L’intervista di Alberto Stasi
La legale aveva infine detto che quando Stasi ha appreso la notizia delle intercettazioni “era in metropolitana e ha avuto una reazione un po’ diversa”, “non di ansia, ma di commozione”. Nell’ultima intervista a ‘Le Iene’, registrata nel 2025, quindi un anno fa e molto prima dei recenti sviluppi, andata in onda per la prima volta ieri sera, su Italia 1, Stasi si era comunque sposto sulla riapertura del caso: “Provo tante emozioni ma soprattutto un senso di fiducia e speranza. Non si deve avere paura della verità. Io sono garantista, ma anche speranzoso che venga alla luce tutto. Vorrei andare definitivamente a casa”. E su Sempio: “Non l’ho mai conosciuto, anche per questioni di età non era nella mia cerchia di amici. L’ho visto solo una volta”.
2026.5.8 Caso Garlasco, la reazione di Stasi in carcere dopo l’intercettazione su Sempio
Sorpreso dalla notizia durante il lavoro in semilibertà, Stasi si confronta con i legali. Bocellari: “Valutiamo la possibile sospensione della pena”
Alberto Stasi ha appreso della nuova svolta investigativa mentre si trovava al lavoro in regime di semilibertà in un’azienda privata nel centro di Milano. Erano da poco passate le 17:30 quando un messaggio della sua legale, Giada Bocellari, lo ha informato dell’intercettazione attribuita adAndrea Sempio. Un aggiornamento asciutto, arrivato mentre l’avvocata era impegnata in un convegno e non poteva parlare direttamente con il suo assistito. Poi la telefonata e la reazione fatta dilacrime, incredulitàe della necessità di capire cosa stesse accadendo.
Come riportato anche da Il Corriere della Sera, la serata è proseguita con una cena a casa di un amico prima del rientro nel carcere di Bollate, dove Stasi è detenuto dal 12 dicembre 2015 dopo la condanna definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi (fine pena previsto il 22 ottobre 2028). Solo il mattino successivo ha letto con attenzione le ricostruzioni dei quotidiani. A seguire, un pranzo in Brera con Bocellari, definito dalla legale “un momento di aggiornamento per comprendere gli sviluppi e i possibili scenari”.
L’intercettazione e lo shock di Stasi
Al centro dell’indagine c’è un’intercettazione in cui Andrea Sempio, secondo l’interpretazione dei pm, avrebbe lasciato intendere di aver visto video intimi di Stasi e Chiara Poggi e di averla contattata telefonicamente per chiederle di uscire. Un passaggio che, se confermato nel suo contenuto e nella sua collocazione temporale, potrebbe cambiare drasticamente il caso Garlasco.
Intanto, Stasi avrebbe ribadito ai suoi difensori di non aver mai immaginato che qualcuno potesse aver avuto accesso a quei file. Ha sostenuto di non utilizzare il computer di Chiara e di non sapere nemmeno dove fossero conservati i video privati. Inoltre, fino a pochi giorni prima del delitto, avvenuto il 13 agosto 2007, non sarebbe mai rimasto solo nell’abitazione di lei, frequentata abitualmente dai genitori.
La strategia difensiva e l’ipotesi della sospensione pena
Nel corso degli anni, l’approccio di Stasi alla vicenda giudiziaria è molto cambiato. Se durante i processi che portarono alla condanna definitiva partecipava attivamente allo studio degli atti, oggi mantiene un atteggiamento più distaccato. Ha dichiarato, però, di avere fiducia nella magistratura e negli “uomini di buona volontà”, ma di preferire non esporsi al flusso continuo di insinuazioni dei media.
Attualmente, i legali Giada Bocellari e Antonio De Rensis stanno valutando le prossime mosse. Gli atti sono stati trasmessi allaProcuraper l’analisi di un’eventuale richiesta di revisione. Contemporaneamente, si profila la possibilità di chiedere la sospensione della pena. “Se il testo dell’intercettazione fosse confermato e non si trattasse di un frammento isolato, il quadro sarebbe agghiacciante”, ha dichiarato Bocellari. Concludendo: “A quel punto l’obbiettivo sarebbe tirare fuori dal carcere Alberto Stasi”.
2026.5.8 Garlasco, gli appunti di Sempio: “Stasi vuole riapertura indagine su di me, mia mamma nel panico”
La Procura ricostruisce una nuova linea cronologica per l’omicidio di Chiara Poggi e analizza il profilo psicologico di Sempio, nel frattempo la difesa respinge le accuse parlando di suggestione
A diciannove anni dal delitto di Garlasco, il caso Chiara Poggi torna a scuotere l’opinione pubblica con una svolta che potrebbe riscrivere una delle vicende giudiziarie più controverse degli ultimi decenni.La Procura di Pavia ha chiuso le nuove indagini indicando in Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, il presuntoautore dell’omicidio. Una ricostruzione che apre ora la strada a una possibile revisione della condanna definitiva di Alberto Stasi.
Secondo i magistrati,Sempio avrebbe ucciso Chiara Poggi“con crudeltà”dopo il rifiuto delle sue avances.Al centro dell’impianto accusatorio ci sono una serie di intercettazioni ambientali, tracce genetiche, una presunta impronta palmare e soprattutto una lunga conversazione registrata nell’aprile 2025, durante il quale l’indagato avrebbe fatto riferimento a telefonate con Chiara e a video intimi della ragazza e di Stasi contenuti in una chiavetta usb.
Per gli inquirenti, quel riferimento alla penna sarebbe un dettaglio decisivo: gli investigatori sostengono infatti chel’esistenza dei filmati nella pendrive fosse emersa solo grazie alle nuove consulenze tecnichedisposte dalla Procura. Da qui la convinzione che Sempio non potesse conoscere quel particolare se non avendo realmente avuto accesso ai file presenti sul computer di Chiara.
La nuova cronologia dell’omicidio
Secondo un’annotazione dei carabinieri basata sulle conclusioni del medico legale Cristina Cattaneo,la morte di Chiara Poggi sarebbe avvenuta all’interno di una finestra temporale compresa tra le 7 e le 12.30 del mattino.Un arco temporale che gli investigatori hanno poi ristretto prendendo come riferimento il disinserimento dell’allarme della villetta da parte della giovane alle 9.12.
Da qui derivano le due fasce orarie considerate compatibili con la presenza diAndrea Sempiosulla scena del delitto:la prima tra le 9.12 e le 9.58,orario in cui il giovane effettuò una telefonata a un amico;la seconda tra le 9.58 e le 11.25,quando ricevette una chiamata dai genitori.
Ma nelle nuove carte dell’indagine trovano spazio anche gliappunti personali di Sempio,annotati tra il 2019 e il 2021 su alcune Moleskine sequestrate dagli inquirenti. Frasi brevi, sparse, che mostrerebbero un forteinteresse per gli sviluppi giudiziari legati a Stasi e ai tentativi di revisione del processo.
Il profilo psicologico di Sempio
“Molta ansia, 2 archiviazioni”, “Stasi ha chiesto la riapertura”, “mamma in panico per la cosa di Stasi”: sonoalcune delle annotazioni di Sempio finite agli atti dell’inchiesta.Effettivamente, nel giugno 2020, Alberto Stasi aveva presentato attraverso i suoi legali una richiesta formale di revisione della condanna, indicando proprio Sempio come possibile responsabile dell’omicidio e allegando nuovi approfondimenti su impronte e Dna.
Gli investigatori riportano inoltrecontenuti definiti inquietanti relativi ai sogni annotati dal 37enne. In alcuni passaggi, secondo quanto emerge dagli atti, Sempio si descriverebbe come protagonista di episodi violenti. Nell’informativa vengono citate anche ricerche internet e contenuti consultati online relativi a omicidi, cadaveri o episodi di violenza.
Elementi che la Procura considera parte del quadro indiziario complessivo, mentrela difesa di Sempio continua a respingere ogni accusa,sostenendo che si tratti di interpretazioni arbitrarie di materiali personali privi di valore probatorio diretto.
La difesa di Andrea Sempio respinge le accuse
Ma la difesa respinge con forza ogni ricostruzione accusatoria.Gli avvocati di Sempio parlano apertamente di un impianto costruito a tavolinoe contestano il valore delle intercettazioni. Il legale Liborio Cataliotti sostiene che il suo assistito stesse semplicemente ripetendo teorie e ricostruzioni già circolate online e nei programmi televisivi dedicati al caso Garlasco.
“La pista sessuale e l’ossessione di Sempio per Chiara erano già state raccontate mesi prima in blog e podcast”, ha spiegato Cataliotti, aggiungendo che il riferimento ai video e al movente ricalca quanto circolava sui social. La linea difensiva punta inoltre asmontare il presunto carattere spontaneo delle frasi intercettate.“Siamo concentrati sulla ricerca di riscontri documentali alla versione del nostro assistito prima di renderla pubblica”,ha dichiarato ancora Cataliotti, sottolineando come gliaudio debbano essere contestualizzati integralmente prima di trarre conclusioni definitive.
Nel frattempo, l’inchiesta ha avuto inevitabili ripercussioni anche suAlberto Stasi,condannato in via definitiva a 16 anni di carcere. L’ex fidanzato di Chiara, oggi in regime di semilibertà, avrebbe reagito con commozione alla notizia della chiusura delle indagini su Sempio.La Procura sostiene inoltre che alcuni elementi storici della condanna di Stasi siano stati smentiti dalle nuove consulenze: dall’orario della morte alle tracce ematiche nella villetta di Garlasco.
Resta peròfermissima la posizione della famiglia Poggi. I legali dei genitori di Chiara parlano di suggestioni mediatiche destinate a sgonfiarsi e ribadiscono che, a loro giudizio, non esistono elementi concreti capaci di mettere in discussione la sentenza definitiva contro Stasi.
2026.5.8 Garlasco, intercettazioni di Sempio riaprono il caso: “Il sangue c’era, Stasi senza accorgersi ha evitato le macchie”
Le nuove informative dei carabinieri riaccendono il caso Garlasco: dalle frasi intercettate di Andrea Sempio ai dubbi sullo scontrino di Vigevano, fino alle contestazioni sull’inchiesta che portò alla condanna definitiva di Alberto Stasi
A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco torna a scuotere la cronaca giudiziaria italiana connuove intercettazioni, appunti sequestrati e ricostruzioni investigativeche rischiano di rimettere in discussione uno dei delitti più controversi degli ultimi decenni. Al centro della nuova inchiesta della Procura di Pavia c’è Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, già finito sotto i riflettori anni fa e ora nuovamente indagato per l’omicidio avvenuto il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli.
Le informative depositate dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano contengonouna lunga serie di intercettazioni ambientali e telefoniche considerate dagli investigatori elementi chiave del nuovo filone.Tra queste, una registrazione del 12 maggio 2025, dove Sempio pala da solo, destinata a far discutere.
Sempio nel suo soliloquio parla della scena del crimine
Sempio, parlando da solo, pronuncia una frase che gli inquirenti ritengono particolarmente significativa: “Quando sono andato io… il sangue c’era”.Nel soliloquio l’indagato riflette sulla scena del crimine e sul comportamento di Alberto Stasi,sostenendo che quest’ultimo avrebbe evitato inconsapevolmente le macchie di sangue presenti nella casa senza accorgersene. Parole che, secondo gli investigatori, si inseriscono nella nuova ricostruzione dell’omicidio elaborata negli ultimi mesi.
Un altro passaggio contenuto nelle intercettazioni riguarda invece il rapporto tra Sempio e Chiara Poggi.In una captazione del 14 aprile 2025, l’indagato commenta con fastidio una telefonata risalente all’estate del 2007,durante la quale la ragazza avrebbe interrotto bruscamente la conversazione. “È stata bella stronza… giù il telefono”, dice Sempio parlando da solo. Gli investigatori leggono quella frase come il possibile segnale di un rancore rimasto vivo nel tempo.
Le controversie sullo scontrino
Ma il punto che potrebbe avere le conseguenze più pesanti riguarda lo storicoscontrino del parcheggio di Vigevano, per anni considerato uno degli elementi principali a favore di Sempio.Quel ticket, emesso alle 10.18 della mattina del delitto, era stato indicato come prova della presenza dell’indagato lontano da Garlasco nelle ore compatibili con l’omicidio. Ora però gli investigatori ne contestano apertamente l’attendibilità. Nell’informativa si legge che è impossibile stabilire chi abbia materialmente ritirato lo scontrino e che il documento potrebbe essere stato conservato per precostituire un alibi.
Arafforzare i dubbi degli inquirenti sono alcune conversazioni intercettate tra i genitori dell’indagato. In una registrazione del 22 ottobre scorso, il padre di Sempio, Giuseppe Sempio, rivolgendosi alla moglie afferma: “Perché comunque lo scontrino lo hai fatto tu”. Per i carabinieri, il racconto fornito negli anni dalla famiglia sarebbe rimasto chiuso nel triangolo familiare, privo cioè di riscontri esterni indipendenti.
Nella nuova ricostruzione investigativapesa anche una serie di appunti attribuiti al padre dell’indagato.Secondo i carabinieri, da quelle annotazioni emergerebbe che Sempio, la mattina del delitto, sarebbe uscito di casa a piedi e non sarebbe rimasto con il padre fino al ritorno della madre, come sostenuto in passato. La versione familiare, scrivono gli investigatori, potrebbe essere stata elaborata successivamente per costruire un alibi compatibile con gli orari dell’omicidio.
Indagini svolte in contesti poco chiari
Ma le informative non si limitano alla posizione di Sempio. In diversi passaggi, infatti, icarabinieri mettono apertamente in discussione l’impianto che portò alla condanna definitiva di Alberto Stasi.Gli investigatori parlano di una suggestione creata in fase processuale e cavalcata mediaticamente in 18 anni, definendo incomprensibili e paradossali alcuni elementi dell’inchiesta originaria. Nel mirino finisce soprattutto la vicenda della bicicletta nera attribuita a Stasi: secondo i militari sarebbe illogico che un assassino tanto lucido da occultare prove decisive abbia poi lasciato la bici senza farla sparire, limitandosi addirittura a sostituirne i pedali.
Parole che hanno provocato la durissima reazione deilegalidella famiglia Poggi. Gli avvocati Francesco Compagna e Gian Luigi Tizzoni hannoaccusato gli investigatori di essere stati gravemente condizionati da contesti poco trasparenti, criticando anche la diffusione pubblica delle intercettazioni e il coinvolgimento dei familiari della vittima nelle attività di captazione.
2026.5.8 Garlasco, quanto dovrebbe pagare lo Stato se la condanna di Stasi venisse annullata oggi?
L’avvocato Giuseppe Ledda, referente dell’Osservatorio sull’errore giudiziario: sarebbe possibile intentare una causa allo Stato per danno morale o esistenziale e il risarcimento non avrebbe un tetto prestabilito. Diverso è il caso dell’ingiusta detenzione, per cui si arriva al massimo a 515mila euro
Garlasco (Pavia), 8 maggio 2026 – Sta scontando una condanna definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio di Chiara Poggi: Alberto Stasi è l’unico condannato in via definitiva con l’accusa di aver ucciso la sua ex fidanzata il 13 agosto 2007, in quello che è ormai passato alla storia come il delitto di Garlasco. Ma non è detto che la sua vicenda umana finirà così, anzi.
Mentre le indagini su Andrea Sempio si sono appena concluse, la possibilità di chiedere la revisione del processo e, addirittura, di arrivare a un annullamento della condanna, escono sempre di più dalla nebbia dell’impossibilità. Le conseguenze? Almeno da un punto di vista economico potrebbero essere milionarie. Ma andiamo per gradi.
La revisione del processo
Proprio oggi la Procura di Pavia ha inviato gli atti alla Procura generale di Milano per sollecitare un’eventuale richiesta di revisione nei confronti di Alberto Stasi.
Quali scenari si potrebbero profilare se davvero si arrivasse a una revisione del processo e, addirittura, a un annullamento della condanna? “Quello della revisione è un meccanismo molto complesso”, premette l’avvocato Giuseppe Ledda, componente della Giunta dell’Unione delle Camere penali italiane (Ucpi) e referente dell’Osservatorio sull’errore giudiziario dell’Ucpi. “Bisogna portare degli elementi nuovi e immagino che, con la discovery del fascicolo, gli avvocati di Stasi cercheranno di trarre elementi di novità che vanno a collidere con quanto affermato dalle sentenze di condanna”, spiega.
Il risarcimento: le due possibilità
Nel caso in cui davvero un’eventuale revisione del processo dovesse ribaltare la condanna definitiva, spiega Ledda, le strade per un eventuale risarcimento possono essere diverse. Questo perché in Italia la legge fa una distinzione tra ingiusta detenzione ed errore giudiziario.
“Si può chiedere un risarcimento per l’ingiusta detenzione e, in astratto, il risarcimento viene computato per ogni giorno in cui si ha ingiustamente patito la pena, con un valore giornaliero, fino a 235 euro al giorno per un massimo di oltre 515mila euro”.
Nel secondo caso, più grave, parliamo di qualcuno che è stato condannato con sentenza definitiva (passata in giudicato). È necessaria la revisione del processo, e se la vecchia condanna viene cancellata si può parlare di errore giudiziario. In questo caso, la riparazione (o risarcimento) non ha un tetto prestabilito e la cifra viene calcolata tenendo conto degli anni trascorsi in carcere, dei danni riportati alla salute e alla psiche, della perdita di opportunità lavorative e anche del danno all’immagine.
“Se si ritiene che vi siano i presupposti, si può intentare una causa civile per chiedere il danno morale o esistenziale e che, in proporzione al danno patito, può essere molto superiore arrivando anche a milioni di euro”, conclude l’avvocato Ledda.
2026.5.7 Garlasco, Andrea Sempio e la chiamata prima del delitto: Chiara lo rifiutò
Questa mattina Andrea Sempio è stato interrogato in procura ma si è avvalso della facoltà di non rispondere. Intanto il Tg1 svela un’intercettazione sospetta: il 39enne avrebbe tentato un approccio con Chiara Poggi prima del delitto ma sarebbe stato rifiutato
Dopo quasi quattro ore questa mattinaAndrea Sempioha lasciato laprocuradi Pavia accompagnato dai suoi avvocati e senza parlare con i giornalisti. Amico di Marco Poggi, Sempio è oggi l’unico indagato nella seconda inchiesta sull’omicidio di ChiaraPoggi,la 26enne uccisa nella sua abitazione di Garlasco il 13 agosto 2007. Tuttavia nell’interrogatorio stamane avrebbe optato per il silenzio.
Dopo poche ore ilTg1, sui suoi canali social, rivela un’intercettazione in cui il 39enne, parlando da solo, avrebbe fatto delle affermazioni sospette. Sempio dice di aver visto un video intimo di Chiara e dell’allora fidanzato Alberto Stasi edi aver chiamato Chiara prima del delitto, di aver tentato un approccioe di aver ricevuto come risposta: “Non ci voglio parlare con te“, seguita dal riaggancio del telefono.
Andrea Sempio: il silenzio
L’uomo era stato convocato in Procura per essere ascoltato dai magistrati che, a distanza di anni dalla condanna definitiva di Alberto Stasi, stanno cercando di ricostruire nuovamente la dinamica e le responsabilità del delitto. Tuttavia, come già preannunciato dai suoi difensori,Angela TacciaeLiborio Cataliotti, Sempio si è avvalso della facoltà di non rispondere.
La scelta difensiva è motivata dalla necessità di prendere visione integrale degli atti d’indagine prima di fornire dichiarazioni. I legali hanno chiarito che l’indagato intende attendere il deposito completo della documentazione a suo carico per predisporre una strategia difensiva. Infatti, Sempio respinge ogni accusa relativa all’omicidio, per il quale è già stato condannato in via definitiva l’allora fidanzato della vittima, Alberto Stasi, che sta scontando una pena di 16 anni di reclusione confermata in Cassazione.
Marco Poggi convocato come testimone e il presunto video
Dopo due ore si è conclusa la deposizione come testimone diMarco Poggi,fratello diChiara Poggi, la 26enne uccisa nella sua abitazione di Garlasco il 13 agosto 2007. Il 38enne ha risposto alle domande dei pm ma ha evitato i giornalisti presenti fuori dall’aula, andando via senza rilasciare dichiarazioni.
In contemporanea con l’interrogatorio di Sempio, è stato ascoltato ancheMarco Poggi, fratello della vittima, citato però in qualità di testimone. All’epoca dei fatti, Marco era amico stretto di Sempio, elemento che gli inquirenti considerano centrale nella nuova ricostruzione investigativa.
Tra i punti su cui laProcuraintendeva fare luce ci sarebbe stata la presunta circolazione di un video intimo tra Chiara Poggi e Alberto Stasi, del quale Marco e la sua cerchia di amici potrebbero essere venuti a conoscenza. Poggi ha ribadito ai pm di non avere mai visto video intimi della sorella e Stasi insieme ad Sempio.
Secondo una delle ipotesi investigative, proprio questo elemento avrebbe potuto alimentare un’ossessione da parte di Sempio nei confronti della giovane, fino al rifiuto di avances che avrebbe innescato il drammatico delitto. L’indagato deve rispondere di omicidio aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti.
Le nuove indagini in corso e i possibili sviluppi su Sempio
Nella nuova inchiesta sul caso Garlasco, ieri sono state ascoltate anche le cugine di Chiara,Paola e Stefania Cappa, già sentite nell’ambito della prima indagine che portò alla condanna di Stasi. Le due donne, tramite i loro legali, hanno ribadito di aver sempre collaborato con l’autorità giudiziaria, confermando la disponibilità mostrata anche in precedenza.
Una volta formalizzata la chiusura delle indagini preliminari e depositati tutti gli atti, la documentazione potrebbe essere messa a disposizione anche della difesa di Alberto Stasi. Proprio per questo, non si esclude che i suoi legali possano valutare una richiesta di revisione del processo, dopo i nuovi ed eventuali elementi emersi. Per ora, però, il procedimento su Sempio resta nella fase conclusiva delle indagini, in attesa delle decisioni della Procura sull’eventuale richiesta di un rinvio a giudizio.
2026.5.6 Bombshell new theory in Chiara Poggi case revives Italy’s infamous Garlasco murder mystery
ROME — Nearly two decades after 26-year-old office worker Chiara Poggi was found dead in her home in the small northern town of Garlasco, a case that once seemed closed has been reopened, reviving doubts about one of Italy’s most scrutinized murder investigations.
The case has become a closely followed psychodrama in newspapers and on television, highlighting a potential failure of the Italian justice system, and is back under the spotlight as the man convicted of the crime nears the end of his sentence.
Poggi’s student boyfriend, Alberto Stasi, was definitively convicted of her killing in 2015 and sentenced to 16 years in jail, apparently bringing the curtain down on a tragic story that had captivated the country from the start.
But prosecutors are now pursuing a new theory focused on Andrea Sempio, a friend of Poggi’s brother, raising the possibility that one of Italy’s most infamous murders may yet have another, very different ending.
On Wednesday, Sempio was called in for questioning after prosecutors revealed they now suspect that he was solely responsible for Poggi’s death — something he has denied.
His car was met by a scrum of reporters and shown live on television as he arrived for questioning in the city of Pavia. His lawyers said he would exercise his legal right not to respond to the investigators.
“(The case) has captivated Italy because the whole thing was clearly a travesty of justice,” said Gianni Riotta, a veteran Italian journalist who was head of state broadcaster RAI’s flagship news program at the time of Poggi’s killing in August 2007.
“The trial was a circus. There were so many holes in the case, and yet they got a conviction,” he told Reuters.
Disputed DNA, perceived investigative failings
The case has echoes of the infamous murder of British student Meredith Kercher in Perugia in November 2007, for which two of the prime suspects, Amanda Knox and Raffaele Sollecito, were convicted but ultimately acquitted and released on appeal.
Both cases revolved around disputed DNA evidence and highlighted perceived failures in the police procedures.
It was Stasi who called the police to say he had found Poggi’s body. He quickly became the focus of the investigation and was eventually charged.
He never confessed, the murder weapon was not found and no clear motive was established.
Instead, the police case centered largely on forensic traces and disputed timelines about Stasi’s movements on the morning of Poggi’s death.
He was acquitted at his first trial and then again when the prosecution appealed. But Italy’s top appeals court ordered a retrial and he was ultimately convicted, dividing Italy in two over whether or not he was truly guilty.
Fast forward 11 years, and a new team of prosecutors has reopened the case after fresh forensic work raised questions, including a renewed focus on traces of male DNA found under Poggi’s fingernails, which investigators said were compatible with Sempio.
Sempio had been cleared in earlier phases of the investigation, and he denies any involvement.
What do you think? Post a comment.
Police are also looking into allegations that Sempio’s family paid money to a prosecutor to help remove his name from the list of suspects — an accusation the family denies.
“People here keep on saying Italy has the best justice system in the world. Well, if that is true, how come we have ended up with this mess?” Riotta said.
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2026.5.9 L’omicidio di Enzo Ambrosino a Induno Olona. Altre tre persone arrestate: c’è anche il secondo figlio di Gesuino Corona
A quasi un mese dalla notte di sangue in via Porro, arrivano tre nuove ordinanze di custodia cautelare, una in carcere e due ai domiciliari. Un quarto destinatario della misura cautelare risulta invece irreperibile
Induno Olona (Varese) – A quasi un mese dalla notte di sangue che ha sconvolto Induno Olona, l’inchiesta sull’omicidio di Enzo Ambrosino continua ad allargarsi e a delineare un quadro sempre più pesante. I carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Varese hanno eseguito una nuova ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Varese nei confronti di tre persone, tutte italiane, accusate di aver partecipato alla violenta rissa culminata con la morte del giovane.
La rissa degenerata
L’operazione rappresenta un ulteriore sviluppo dell’indagine coordinata dalla Procura varesina, avviata subito dopo i fatti accaduti tra il 10 e l’11 aprile in via Porro. Secondo la ricostruzione investigativa, quella notte due gruppi si sarebbero affrontati in strada in uno scontro degenerato rapidamente fino all’utilizzo dei coltelli. Per Enzo Ambrosino le ferite riportate si sono rivelate fatali. Le indagini, sviluppate attraverso testimonianze, analisi dei movimenti dei coinvolti e accertamenti tecnici, hanno consentito agli investigatori di raccogliere elementi ritenuti significativi sulla presenza e sul ruolo dei nuovi indagati durante la rissa. Per uno di loro è stato disposto il carcere, mentre gli altri due sono stati sottoposti agli arresti domiciliari. Un quarto destinatario della misura cautelare risulta invece irreperibile.
I nomi dei coinvolti
Tra i nomi coinvolti compare anche il secondo figlio di Gesuino Corona, indicato dagli inquirenti come presunto autore materiale dell’accoltellamento mortale. Restano detenuti sia Corona sia Gennaro Ambrosino, padre della vittima, anch’egli coinvolto nei drammatici eventi di quella notte. Altri due indagati, fratelli residenti nel Varesotto, sarebbero invece collegati alla gestione degli spostamenti e dei soccorsi successivi allo scontro. Nel frattempo si attendono ancora gli esiti definitivi dell’autopsia disposta dalla Procura, mentre durante gli interrogatori di garanzia i nuovi arrestati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.
I futili motivi
Resta soprattutto l’amarezza per una tragedia maturata in pochi minuti e, secondo quanto emerso dalle indagini, per motivi di poco conto. Una discussione degenerata in violenza brutale, fino alle coltellate mortali che hanno spezzato la vita di un ragazzo e trascinato più persone in un vortice di arresti e accuse. Una vicenda che ha lasciato sgomenta la comunità di Induno Olona e che riporta al centro il tema di una rabbia incontrollata capace di esplodere anche per questioni banali, trasformando una notte qualunque in un dramma irreversibile.
2026.5.9 Palermo, a 16 anni uccide il vicino poi confessa: “Mi difendevo dalle sue avance”
Pietro De Luca, 68 anni, ucciso nel suo casolare a Santa Rosalia: aveva la testa fracassata. Verifiche sulla versione del minore, che si è consegnato nella notte
Palermo, 9 maggio 2026 – “Volevo difendermi dalle sue avance”. Così un 16enne di Palermo ha spiegato cosa l’avrebbe spinto a fracassare la testa del vicino di casa, Pietro De Luca, 68 anni, ucciso nel suo casolare ieri, sulle rive del fiume Oreto, al villaggio di Santa Rosalia, in via Buonpensiero. L’uomo è stato trovato in una pozza di sangue, con il cranio maciullato.
Il minore si è presentato intorno a mezzanotte in questura, confessando l’omicidio. Avrebbe colpito il vicino con un grosso oggetto contundente trovato in casa per respingere un suo approccio sessuale. Una versione che viene in queste ore verificata dagli inquirenti coordinati dal procuratrice per i minorenni Claudia Caramanna, mentre il ragazzo è ancora sotto interrogatorio. Sul posto la polizia scientifica per i rilievi.
Da accertare il movente, oltre che l’arma del delitto (forse un grosso tubo metallico), ma anche l’orario dell’aggressione, che stando ai primi riscontri, potrebbe essere avvenuta di mattina. Ieri dal telefono cellulare di De Luca sono stati inviati sms alla moglie durante l’intera giornata: è stato il 68enne a mandarli prima di essere ucciso oppure il ragazzo dopo aver commesso il delitto, fingendosi la vittima? “Tardo, non ti preoccupare”, sarebbe il contenuto di alcuni messaggi. In quest’ultimo caso, l’omicidio sarebbe avvenuto ore prima della confessione.

Rompe il silenzio il 36enne accusato di avere ucciso Alessandro Ambrosio . Il legale del croato: “Accusa basata su indizi, ci concentremo su filmati e testimoni”.
Parla, finalmente, Marin Jelenic. Ma lo fa per dire che lui non c’entra nulla con l’omicidio. “Ho un alibi, non sono stato io”. Il croato di 36 anni, unico imputato per l’omicidio di Alessandro Ambrosio, il capotreno di 34 anni di Anzola, è in carcere alla Dozza con l’accusa di omicidio aggravato dai futili motivi e dall’aver commesso il fatto in un’area ferroviaria: ora, si professa estraneo al delitto che ha scosso la città e l’Italia tutta, il 5 gennaio dell’anno scorso, quando ’Ambro’ è stato accoltellato alla schiena mentre, fuori servizio, stava andando a incontrare un amico nel parcheggio del piazzale Ovest, riservato ai soli dipendenti delle Ferrovie.
Jelenic dice di avere un alibi ma c’è la prova inconfutabile del Dna e nei filmati lo si riconosce con chiarezza subito prima e subito dopo l’omicidio. E lo si vede mentre, quel pomeriggio, guarda Ambrosio, appena sceso dal treno, e si mette a seguirlo per undici minuti. Poi lo uccide, si nasconde e infine scappa, verso Milano. Sarà fermato 27 ore dopo, a Desenzano del Garda, e portato in carcere. Quei filmati registrati dalle telecamere di videosorveglianza raccontano che l’omicidio si consuma alle 17.54. Al killer bastano 5 secondi per raggiungere la vittima alle spalle e sferrare quell’unico fendente che risulterà fatale. Jelenic infatti ’esce’ dalle immagini delle telecamere e riappare esattamente 5 secondi dopo, camminando all’incontrario e mantenendo lo sguardo in direzione della vittima.
Mercoledì inizierà il processo davanti alla Corte d’Assise: sono 28 i testimoni richiesti dalla Procura e 22 quelli della difesa (molti combaciano, quindi saranno in tutto una trentina). Tra coloro che saranno sentiti in aula ci sono i ragazzi che erano sul posto subito dopo l’accoltellamento – un macchinista di Italo, poi il collega con cui Alessandro aveva appuntamento nel piazzale e con il quale doveva andare a Brisighella per organizzare una vacanza, e infine un altro dipendente di Trenitalia. Poi operatori che si sono occupati di visionare e valutare i video (che sono più di un terabyte, una mole enorme). Tra i testimoni anche una persona che riferirà di un episodio di conflittualità tra Jelenic e un controllore avvenuto qualche tempo prima. La difesa insisterà sui filmati precedenti e successivi al fatto, non solo del territorio di Bologna ma anche, ad esempio, di Milano.
Jelenic è assistito dall’avvocato di fiducia Christian Di Nardo: “È un processo che si basa su indizi – dichiara Di Nardo – e ’la foto dell’omicidio’, allo stato attuale, non c’è. Jelenic appare una persona ermetica, che esprime la volontà di rappresentare lui stesso un alibi quando sarà in aula. Io, comunque, continuerò nell’intento di farlo parlare”. Su Jelenic, senzatetto, noto anche come ’fantasma delle stazioni’ del Nord Italia e utente delle Caritas di Bologna e Milano, gravava un decreto di allontamento dall’Italia: avrebbe dovuto lasciare il Paese il 3 gennaio, due giorni prima dell’omicidio. Mercoledì Di Nardo dovrebbe presentare la richiesta di perizia psichiatrica sul suo assistito. L’avvocato Alessandro Numini, che assiste i famigliari della vittima – Luigi ed Elisa, genitori di ’Ambro’ – al processo sposerà la tesi dell’aggressione per ritorsione. Le indagini sono state svolte dalla Squadra Mobile, guidata da Guglielmo Battisti, il fascicolo è in mano al pm Michele Martorelli che ha chiesto il giudizio immediato.

Attesa l’autopsia per determinare le cause del decesso
Un italiano ricercato nel nostro Paese per presunto traffico di stupefacenti è morto ieri in un carcere della Repubblica Dominicana, a Najayo-Hombres, dove era detenuto da più di un mese in attesa di essere estradato in Italia. Lo riferiscono fonti ufficiali citate dall’agenzia spagnola Efe. Loris Di Castri, 53 anni, detenuto nella città di San Cristóbal, è stato trovato nel suo letto, senza vita, da un compagno di cella. Il suo corpo è stato trasferito all’Istituto Nazionale di Scienze Forensi (Inacif) per un’autopsia volta a determinare le cause della morte.

2026.5.9 Pietro Gugliotta si è tolto la vita: con lui se ne vanno anche i misteri della Uno Bianca
L’ex agente di polizia e gregario della banda aveva 65 anni. È stato trovato impiccato nel gennaio scorso in casa sua in Friuli: aveva confessato di avere partecipato a due rapine nel Riminese
Bologna, 9 maggio 2026 – Pietro Gugliotta se n’è andato: uno dei componenti della Banda della Uno Bianca si è tolto la vita in casa sua, nel Nord Italia, dove da tempo viveva con la sua famiglia, nel gennaio scorso. Aveva 65 anni. Era ex agente di polizia e gregario della banda.
E con lui se ne vanno anche i misteri della Uno Bianca, la banda criminale che per 7 anni (tra il 1987 e il 1994) seminò terrore e morte tra l’Emilia-Romagna e le Marche: 23 morti e 115 feriti in 103 azioni criminali.
Gugliotta è morto ad Arba, in un piccolo paesino della provincia di Pordenone. E non avrebbe spiegato i motivi del suo gesto.
Quando fu arrestato, il 25 novembre 1994, era in servizio alla centrale operativa della questura di Bologna. Confessò di aver preso parte solo a due crimini della Banda della Uno Bianca, due rapine nella provincia di Rimini. Fu condannato a 20 anni di carcere, i giudici tennero conto anche della responsabilità morale. Era uscito dal carcere della Dozza nel luglio 2008 dopo quattordici anni.
La seconda vita di Gugliotta
Gugliotta si era costruito una nuova vita in Friuli, dove viveva con la seconda moglie, lavorando in una cooperativa di reinserimento degli ex detenuti fino alla pensione, un anno fa.
Non avrebbe lasciato nessun biglietto e, a quanto si apprende, non sarebbero emersi segnali che avrebbero lasciato presagire un gesto simile. La notizia del suicidio non era trapelata fino a ora. A seguito della morte, nell’abitazione di Gugliotta era giunta la Polizia Scientifica.
L’uomo pare sapesse della nuova indagine aperta dalla Procura di Bologna sui crimini della banda e aveva accennato alla possibilità di essere convocato dai magistrati, ma nessuna citazione formale era arrivata né a lui né al suo legale.
Roberto Savi e la nuova inchiesta
La notizia della sua morte appunto è arrivata solo oggi. Ma sono giorni in cui si è tornati a parlare del caso della Uno Bianca, dopo che Roberto Savi, capo e mente della banda dei poliziotti assassini condannato e attualmente in carcere (scontando l’ergastolo nel carcere di Bollate, vicino a Milano), è tornato a parlare dopo 32 anni di silenzio. E l’ha fatto in tv, intervistato da Francesca Fagnani, durante la trasmissione ‘Belve Crime’.
Durante la puntata ha fatto rivelazioni choc, parlando di “legami con i servizi segreti” e di omicidi eseguiti su commissione, come quello “di Pietro Capolungo, un ex carabiniere legato ai servizi dell’Arma”.
E siccome è stata aperta una nuova inchiesta sulla Uno Bianca, alla luce di queste nuove rivelazioni, Roberto Savi si troverà di nuovo faccia a faccia con i magistrati. Dopo tanti anni, l’ex capo della banda dei poliziotti-killer sarà interrogato dai pm.
Anche perché, oltre ad aver ritrattato più volte negli anni la sua versione, l’altra sera Savi ha anche fatto intendere che i servizi segreti avrebbero coperto la banda della Uno Bianca per anni, prima di scaricarla e far arrestare tutti i componenti della banda, e che alcuni degli omicidi più efferati, come quello all’armeria di via Volturno, furono eseguiti su commissione, cioè su richiesta del famigerato livello superiore.
Il sindaco Lepore: “Serve fare chiarezza”
“Pietro Gugliotta? Quando muore una persona è sempre una notizia terribile”. Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore. “In generale su questo caso – aggiunge poi Lepore, interpellato stamane in piazza Maggiore – io credo che ci sia da fare molta chiarezza. La città e i familiari delle vittime se lo meritano. Da parte delle istituzioni ci deve essere su questo fronte il massimo impegno, ma anche il massimo rispetto. Che in questa fase nel paese ci siano messaggi che escono da voci nefaste è inquietante e credo che debba fare riflettere sul momento che il nostro paese sta vivendo”.
2026.5.9 Neonato scivola dalle braccia del padre e muore, scatta il risarcimento. La madre: “Nessuna somma può restituire ciò che ho perso”
Il babbo, medico a Empoli, lo stava allattando con il biberon. Un incidente che si è trasformato in tragedia. Lunga battaglia legale contro l’Aoup. Alla madre 233mila euro: “Non deve accadere mai più”
Pisa, 9 maggio 2026 – “Erano i primi giorni della sua vita, e sono stati anche gli ultimi”. Uno dei gemellini, il 26 maggio 2018, era scivolato dalle braccia del padre, che lavora come medico a Empoli, che lo stava allattando con il biberon, finendo a terra e poi in ospedale. Quell’incidente si era trasformato, poche ore dopo, in tragedia. Adesso la famiglia ha ottenuto un risarcimento dall’Aoup. “Mio figlio aveva due mesi quando è morto. Ciò che è accaduto in quelle ore è entrato dentro la nostra famiglia e non se ne è più andato”, spiega la madre.
L’inchiesta per omicidio colposo
Il neonato di 72 giorni, ma di soli 18 giorni “di età clinica, essendo nato pretermine alla 32ª settimana da parto gemellare” – spiegano gli avvocati che hanno seguito il caso – era morto nelle prime ore del 27 maggio mentre era ricoverato nella Terapia Intensiva Neonatale dell’Ospedale Santa Chiara di Pisa, dopo essere stato trasferito dal Pronto Soccorso di Cisanello. La Procura di Pisa aveva aperto un’inchiesta per omicidio colposo nei confronti di 15 persone tra cui il padre (come atto dovuto), medici, infermieri, radiologi, anestesisti dell’Aoup, due medici del Meyer e personale del 118. La consulenza tecnica collegiale disposta dal pubblico ministero, 80 pagine di analisi di cartelle cliniche, autopsia ed esami istologici, si era conclusa con l’esclusione di profili di negligenza o imperizia di rilevanza penale, sia verso il babbo (fu una fatalità), sia per il personale sanitario coinvolto. Il procedimento si chiuse quindi senza imputazioni.
Presentato ricorso, individuati profili di responsabilità sanitaria
Ma a marzo 2022 la madre del piccolo e di due fratelli minori e la nonna, supportate dall’associazione Cittadinanzattiva Toscana – Tribunale per i Diritti del Malato di Pisa e assistite dagli avvocati Simona Baldi e Nicola Favati del foro di Pisa e con la consulenza del medico legale professoressa Valentina Bugelli (Università di Parma) e del dottor Dario Galanti (presidente della Società Italiana di Anestesia, Analgesia e Terapia Intensiva Pediatrica) hanno presentato ricorso per “Consulenza Tecnica Preventiva ai fini della composizione della lite ex art. 696-bis c.p.c. dinanzi al Tribunale di Pisa”. Il collegio peritale nominato dal giudice aveva individuato profili di responsabilità sanitaria a carico dell’Aoup (non per l’Asl), tra cui un’errata diagnosi iniziale, ritardi terapeutici, carenze strumentali e organizzative al Ps. L’Aoup aveva rifiutato la conciliazione, così a giugno 2023 la mamma aveva presentato di nuovo ricorso al Tribunale di Pisa, chiedendo “l’accertamento della responsabilità dell’Aoup e la conseguente condanna al risarcimento dei danni”.
Il risarcimento di 233mila euro
Il secondo collegio aveva individuato le cause della morte del neonato “in uno choc ipovolemico/emorragico non riconosciuto e non trattato secondo le linee guida internazionali di riferimento”. Il giudice a febbraio 2025 aveva così formulato una proposta conciliativa: 233mila euro “senza riconoscimento di responsabilità alcuna ma a scopo meramente transattivo”.
Nessuna somma può restituire ciò che ho perso
“Per quasi otto anni abbiamo cercato di capire cosa fosse esattamente accaduto. Non ho intrapreso questa causa per denaro. Nessuna somma può restituire ciò che ho perso. Mi auguro che questa vicenda lascia una traccia utile – conclude la madre –. Se oggi un altro neonato nelle stesse condizioni verrebbe indirizzato verso il centro di riferimento regionale, allora qualcosa, da quella notte, sarebbe stato salvato”.
2026.5.9 Choc nella scuola elementare, bambino di 10 anni afferra un coltello e lo punta contro un compagno
I genitori del bimbo aggredito hanno presentato un esposto ai carabinieri. Gli episodi violenti andrebbero avanti da tempo: “Non porteremo più i figli a scuola”
Grosseto, 9 maggio 2026 – Un coltello puntato contro un compagno durante il pranzo in mensa. Una minaccia diretta che ha fatto scattare un esposto ai carabinieri. Una vicenda complessa che vede purtroppo protagonista un bambino di 10 anni. La minaccia del coltello è infatti l’ultimo, gravissimo episodio accaduto in una scuola elementare di Grosseto, dove un bambino di dieci anni è stato aggredito da un compagno di classe.
I genitori del bimbo aggredito presentano un esposto
Il gesto, secondo quanto ripercorso nell’esposto, sarebbe l’ennesima esplosione di violenza di un alunno che da tempo crea gravi problemi. Dopo l’accaduto, i genitori del bimbo minacciato hanno deciso di non tacere più e presentare un esposto. Quest’ultimo episodio risale a pochi giorni fa. Il culmine di una serie di aggressioni fisiche e verbali che dura da tempo. Il bambino è descritto come un soggetto “di difficile gestione”: cazzotti, pugni e lancio di oggetti contro compagni e insegnanti sarebbero frequenti. Una situazione di pericolo costante che non avrebbe mai trovato un argine efficace.
“Clima di paura a scuola”
“Il problema non è l’episodio isolato, ma l’assenza totale di gestione”, spiegano alcuni genitori della classe. Secondo le testimonianze, il clima di paura ha già prodotto danni visibili: insegnanti che hanno chiesto di cambiare scuola, o sono in malattia da tempo e alcune famiglie hanno già trasferito i propri figli in altri istituti. Chi è rimasto si sente abbandonato dalla dirigenza scolastica, per non aver mai messo in atto protocolli di sostegno o vigilanza adeguati a garantire la sicurezza del gruppo classe. La pazienza delle famiglie è ormai esaurita.
I genitori minacciano sciopero a oltranza
Dopo questo ultimo grave fatto di cronaca, il fronte dei genitori si è compattato: la richiesta è di un intervento immediato e risolutivo delle autorità e della scuola per tutelare l’incolumità dei piccoli. In caso contrario, la minaccia è quella di uno sciopero ad oltranza: “Non siamo disposti a mandare i nostri figli in un luogo dove rischiano la vita. O si prendono provvedimenti seri, o i banchi resteranno vuoti”. Mentre le forze dell’ordine valutano i contorni del fatto, resta l’allarme per un sistema che sembra incapace di gestire il disagio profondo di un minore, finendo per esporre decine di altri bambini a rischi inaccettabili. La palla passa ora alla dirigenza scolastica, chiamata a dare spiegazioni di questa presunta inerzia per arginare una simile situazione.
2026.5.9 Prof bullizzato dagli studenti: “Io preso a sputi e pallonate”. E a scuola arrivano i carabinieri
Il racconto di Davide Biosa accerchiato da un gruppo di ragazzi fuori dai cancelli dell’istituto “Gesti di bullismo finché uno di loro non si è tolto le mutande davanti a me. Sporgerò denuncia”
Firenze, 9 maggio 2026 – “Pallonate, sputi, mani addosso finché un ragazzo non si è addirittura calato le mutande davanti a me mostrandomi il suo lato B”. E’ ancora scosso Davide Biosa, docente dell’educandato della Santissima Annunziata al Poggio Imperiale, mentre racconta “quella che è stata una vera e propria vigliaccata da bulli” subita fuori dai cancelli della scuola nel primo pomeriggio di ieri.
Le minacce precedenti
Biosa – che già nel settembre scorso aveva denunciato di essere stato vittima di minacce da parte di alcuni suoi ex studenti che l’avevano apostrofato con frasi come “Sionista di m…. Ti massacriamo di botte“ anche se il docente tiene a precisare che nei fatti di ieri la politica non c’entra niente – racconta di aver scelto, ieri, di non rientrare per pranzo a casa poiché avrebbe dovuto prendere parte nel pomeriggio al collegio dei docenti.
Cosa è successo a Poggio Imperiale
“Me ne stavo seduto tranquillamente in un angolo subito fuori della scuola quando una decina di studenti, ragazzi sui 15 16 anni, che non frequentano le mie classi si sono avvicinati e hanno iniziato a importunarmi in ogni modo” inizia a raccontare Biosa.
“Prima mi hanno circondato mettendomi le mani in tasca e toccandomi, – prosegue – poi hanno iniziato a prendermi a pallonate, qualcuno mi ha sputato e il tutto filmandomi e facendosi selfie con gli smartphone. Infine uno di loro si è tirato giù le mutande davanti a me. E ho avuto anche il sospetto che qualcuno di loro sia andato oltre con gesti sessuali alle mie spalle”.
L’intervento dei carabinieri
A quel punto Biosa, dopo aver chiesto a più riprese ai ragazzi di smetterla, ha preso il telefono e ha chiamato i carabinieri.
“Quando sono arrivati hanno identificato alcuni ragazzi, ma io, lo dico subito, non intendo fermarmi qui – prosegue il docente – e domani stesso (oggi ndr) sporgerò regolare denuncia anche perché nella zona ci sono le telecamere”.
La dichiarazione del professore
Biosa tiene a precisare di “trovarsi benissimo” al Poggio Imperiale dove ha trovato “un bellissimo ambiente”. “Su certi episodi però – precisa – non si può sorvolare perché si tratta di veri e propri atti di bullismo. Prima ancora di essere un professore sono un persona adulta e non posso accettare di essere trattato così da un gruppo di ragazzini”.
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Dal 1987 al 1994 furono 103 i colpi (si trattò soprattutto di rapine a mano armata): morirono 24 persone e altre 115 rimasero ferite. La storia dei fratelli Savi
Bologna, 7 maggio 2026 – Il 19 giugno del 1987 la prima rapina sull’A14: due uomini, fucili a pompa spianati si fecero consegnare dal casellante al casello di uscita di Pesaro un milione di vecchie lire. Una rapina come tante? No. Solo la prima messa a segno dalla cosiddetta Banda della Uno Bianca (anche se la Uno Bianca venne impiegata solo in 17 colpi dei fratelli Savi) che dal 1987 appunto al 1994 colpirono 103 volte (si trattò soprattutto di rapine a mano armata), provocando la morte di 24 persone e il ferimento di altre 115 generando per 8 lunghissimi anni una scia di sangue e terrore tra Emilia Romagna e Marche.
I componenti della Banda della Uno Bianca: chi sono
Tre i fratelli Savi componenti della banda: Roberto Savi oggi 72enne, considerato il capo che come il fratello Alberto (classe 1965) era poliziotto, il primo presso la Questura di Bologna il secondo di quella di Rimini al momento dell’arresto. Fabio Savi, detto ‘il lungo’ per la sua altezza, classe 1960, che insieme a Roberto, è stato l’unico membro presente a tutte le azioni criminali della banda. Non entro mai in polizia per un problema di vista ed è noto alle cronache, oltre che per la sua aggressività anche per essere il fidanzato di Eva Mikula, la ragazza ungherese le cui testimonianze si riveleranno decisive nella risoluzione delle indagini.
Pietro Gugliotta, anche lui nato nel 1960 al lavoro come poliziotto alla centrale operativa di Bologna, dove conobbe Roberto Savi e dove svolgeva, come lui, il ruolo di operatore radio. Fu coinvolto nelle rapine della banda partecipando solo a colpi senza spargimento di sangue, occupandosi piuttosto della loro organizzazione.
Marino Occhipinti, oggi 61enne, considerato un membro minore della banda, anche se prese parte a un assalto a un furgone della Coop di Casalecchio di Reno, il 19 febbraio 1988, durante il quale morì una guardia giurata. Anche lui poliziotto presso la squadra mobile di Bologna.
Luca Vallicelli, al momento dell’arresto agente scelto presso la sezione Polizia stradale di Cesena, è stato un membro minore della banda partecipando in qualità di autista solo alla prima rapina al casello autostradale di San Lazzaro sulla A-14 con Marino Occhipinti, Fabio e Roberto Savi che si concluse senza fatti di sangue.
La prima vittima della Uno Bianca
Nell’ottobre 1987 la Banda organizzò un tentativo di estorsione di 30 milioni di vecchie lire nei confronti di un autorivenditore riminese, Silvano Grossi che avvisò il Commissariato di Rimini. La trappola però messa in atto per incastrare i delinquenti fallì e nel conflitto a fuoco tra polizia e banditi (a cui partecipò anche l’ispettore Baglioni che nel 1994 con le sue indagini contribuì a scoprire l’identità dei componenti della banda) venne ferito gravemente il sovrintendente Antonio Mosca, che morì poi in seguito alle ferite riportate nel 1989.
Una scia di sangue e morti: chi sono le vittime della banda della Uno Bianca
Oltre ad Antonio Mosca, la Banda della Uno Bianca uccise il 30 gennaio 1988 Giampiero Picello, guarda giurata di 41 anni, assassinato davanti al supermercato Coop nel quartiere Celle a Rimini.
Carlo Beccari morto asoli 27 anni il 19 febbraio 1988 mentre come guardia giurata stava prelevando l’incasso dalla cassa continua del supermercato Coop di viale Marconi, a Casalecchio di Reno (Bologna).
Umberto Erriu e Cataldo Stasi i due carabinieri di 22 anni morti il 20 aprile 1988 a Castel Maggiore durante un servizio di perlustrazione della zona.
Adolfino Alessandri, ucciso il 26 giugno 1989 a 53 anni nell’ambito di una rapina al portavalori alla Coop di via Gorki dopo aver urlato in dialetto a due di loro ‘Cosa fate delinquenti?’.
Primo Zecchi, ucciso il 6 ottobre 1990 come testimone di una rapina: aveva coraggiosamente preso il numero di targa della loro auto. Una vera e propria esecuzione: Primo Zecchi venne ucciso con un colpo alla nuca. Fathi Ben Massen, ucciso a Rimini il 19 dicembre 1990 davanti alla discoteca Blue Line di Rimini. Questo episodio non è imputabile alla banda dei fratelli Savi, in quanto nessun tribunale li ha mai condannati per i reati di cui sopra. Ma, visti momento storico, modalità del crimine e obiettivi colpiti, fu inevitabile pensare si trattasse di una tipica azione della banda della Uno Bianca.
Rodolfo Bellinati di 27 anni e Patrizia Della Santina, 34 anni, uccisi il 23 dicembre 1990 nel campo nomadi di via Gobetti.
Luigi Pasqui (49 annni) e Paride Pedini (33 anni) uccisi a Castel Maggiore e Trebbo di Reno il 27 dicembre 1990 dopo la rapina al distributore Esso di Castel Maggiore.
Mauro Mitilini (21 anni), Otello Stefanini (21 anni) e Andrea Moneta (22 anni) il 4 gennaio 1991 vennero uccisi nella ribattezzata strage del Pilastro. I 3 carabinieri sono stati trucidati dai tre fratelli Savi mentre erano in servizio al quartiere Pilastro, alla periferia di Bologna.
Claudio Bonfiglioli, 50 anni, il 20 aprile 1991 venne ucciso alla stazione di servizio in via Marco Emilio Lepido 39 a Borgo Panigale (Bologna) mente stava prelevando l’incasso del self-service automatico di cui era il proprietario.
Licia Ansaloni, 48 anni e Pietro Capolungo di 66, vennero uccisi il 2 maggio 1991 all’interno dell’armeria di via Volturno, in pieno centro a Bologna.
Graziano Mirri, 55 anni, venne ucciso a Cesena il 19 giugno 1991 durante un tentativo di rapina al distributore di benzina Ip di viale Marconi, a Cesena.
Ndiay Malik, 29 anni e Babon Cheka di 27, uccisi a San Mauro Pascoli (Rimini) il 18 agosto 1991 mentre viaggiano sulla statale Adriatica. Probabilmente solo per essere senegalesi.
Massimiliano Valenti, 21 anni, ucciso a Zola Predosa (Bologna) il 24 febbraio 1993. Venne rapito, ucciso e gettato in un fosso solo perché aveva assistito allo scambio di auto usate per una rapina in banca.
Carlo Poli, ucciso a Riale di Zola Predosa (Bologna) il 7 ottobre 1993 durante la rapina alla sede di Riale della Cassa di Risparmio di Vignola.
Ubaldo Paci, 52 anni, il 24 maggio 1994, a Villa San Martino (Pesaro Urbino) venne ucciso per strada per non aver voluto aprire la porta della banca, o più semplicemente aveva cercato di spiegare l’inutilità della rapina: l’apertura della cassaforte era infatti regolata da un congegno a tempo.
La strage del Pilastro e il processo ai fratelli Santagata
La strage del Pilastro con l’uccisione dei tre giovanissimi carabinieri rimase impunita per circa 4 anni. Diverse le piste seguite da polizia e carabinieri: da quella che portò, poi abbandonata, alla banda dell’ex carabiniere paracadutista Damiano Bechis, detta anche della Bolognina, (a cui erano state attribuite diverse rapine tra Emilia Romagna e Toscana) a quella che, emersa con una giovanissima testimone oculare Simonetta Bersani, portò all’arresto, il 20 giugno del 1992, di Peter e William Santagata, oltre a quello del camorrista Marco Medda (ex braccio destro di Raffaele Cutolo) accusati di aver fatto parte del commando omicida, cui seguì una maxi-operazione con 191 arresti sul quartiere del Pilastro definita Quinta mafia per una serie di reati ulteriori connessi a quelli della Uno bianca, operazione condotta dalla Dda di Bologna.
Il 24 gennaio 1995 i Santagata e Medda furono dichiarati estranei ai fatti dalla corte di Assise di Bologna poiché i veri assassini confessarono il delitto durante il processo.
L’arresto della Banda della Uno Bianca
L’arresto della banda della Uno Bianca, avvenuto nel novembre 1994, fu il risultato di indagini mirate condotte da Luciano Baglioni e Pietro Costanza, poliziotti della squadra mobile di Rimini. I fratelli Savi, Roberto e Fabio, insieme ad altri complici (in gran parte poliziotti), vennero scoperti grazie al pedinamento e all’identificazione di un’auto sospetta, svelando che i killer erano insospettabili agenti di polizia.
Il processo e le condanne
Nel marzo 1996 si conclusero i processi con la condanna all’ergastolo per i tre fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi e per Marino Occhipinti che, scarcerato il 2 luglio 2018 perché considerato autenticamente pentito (in un’intervista chiese perdono ai familiari della guardia giurata uccisa) vi ritornò di nuovo per i pestaggi alla compagna e convivente, a seguito dei quali fece ritorno in carcere.
Condannato a 28 anni di carcere Pietro Gugliotta, poi ridotti a 18. Nel 2008 Gugliotta tornò in libertà dopo 14 anni di detenzione, beneficiando dell’indulto e della legge Gozzini, intraprendendo quindi un percorso di reinserimento sociale e lavorando in una cooperativa, lontano dall’Emilia-Romagna. Luca Vallicelli, ritenuto componente minore della banda, patteggiò una pena di tre anni e otto mesi.

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2026.5.8 Omicidio Diabolik, Calderon assolto in appello: era stato condannato a ergastolo in primo grado
Si infittisce la risoluzione di un caso che risale al 2019. Raul Esteban Calderon era stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di “Diabolik”, una sentenza completamente ribaltata dalla Corte d’Assise che lo ha assolto con la formula “per non aver commesso il fatto”
Una svolta che potrebbe ribaltare le sorti di un caso che risale al 2019, divenuto noto come l’omicidio di Diabolik.Il 7 agosto di quell’anno il capo degli ultras della Lazio, Fabrizio Piscitelli, è stato ucciso con un colpo alla testanel parco degli Acquedotti. Nel processo di primo grado la persona accusata del delitto,Raul Esteban Calderon, era stato condannato all’ergastolo. Ora, nel processo d’appello, l’accusato è stato assolto.
Secondo quanto emerso,i giudici hanno fatto cadere l’accusa nei confronti dell’imputato con la formula “per non aver commesso il fatto”. Un risultato totalmente opposto rispetto a quello che aveva chiesto la Procura, ovvero la conferma della condanna all’ergastolo e il riconoscimento mafioso.
Omicidio Diabolik, il processo di primo grado
Il caso di Diabolik, soprannome della vittima, ha da sempre molti punti ombra.La polizia si è concentrata molto sul possibile collegamento tra la mafia romana e il mondo ultras, la prima svolta però era arrivata dopo l’importante testimonianza dell’ex compagnia di Raul Esteban Calderon. La donna avrebbe infatti dichiarato punti talmente importanti da portare al processo l’indagato. Inoltre,Rina Bussone recentemente è stata anche ospite al programmaBelve.
Un altro punto importante dell’iter giudiziario è chenel processo di primo grado non era stata riconosciuta l’aggravante mafiosa, nonostante sembrerebbe che l’omicidio di Piscitelli sia stato “commissionato” durante una cena ad Ostia tra presunti clan. Un possibile elemento, che insieme ad altri, aveva portato il Procuratore generale a dichiarare che l’omicidio sarebbe “avvenuto in un contesto di criminalità organizzata”. Per questoin secondo grado era stato chiesto di rivedere questa decisione.
Invece, secondo quanto emerso, la Corte d’Assise ha assolto l’imputato tramite la formula “per non aver commesso il reato”. Dunque, dopo questo aggiornamento che ha ribaltato tutto, la domanda “Chi era l’uomo vestito da corridore?” È più attuale che mai.

Ieri la decisione della Corte d’Assise d’appello di Ancona. Attimi di tensione fuori dall’aula .
Pesaro, 7 maggio 2026 – Il processo d’appello per l’omicidio di Pierpaolo Panzieri si blocca subito, ancora prima di entrare nel vivo. E adesso, secondo la difesa di Michael Alessandrini, “è fortemente a rischio”. Ieri davanti alla Corte d’assise d’appello di Ancona non si è infatti discusso il merito della condanna inflitta al 31enne pesarese, già condannato in primo grado a 24 anni di carcere più 3 anni in Rems (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza) per il delitto del 20 febbraio 2022, quando il 27enne Pierpaolo Panzieri venne ucciso con 23 coltellate nell’appartamento di via Gavelli, a Pesaro.
La svolta arrivata immediatamente
La svolta è arrivata immediatamente, appena aperta l’udienza. Prima ancora di affrontare gli altri motivi d’appello, il presidente della Corte ha portato al centro la questione psichiatrica dell’imputato. “Non siamo neanche entrati nel merito dell’appello”, ha spiegato l’avvocato Salvatore Asole all’uscita dall’aula. “Ho sollevato il problema della capacità processuale di Alessandrini. Se c’è un ragionevole dubbio, non possiamo fare finta di niente e andare avanti con il processo”.
Il nodo delle precedenti perizie
La difesa sostiene infatti che le precedenti perizie abbiano lasciato aperti interrogativi enormi sulle reali condizioni mentali dell’imputato. Asole richiama in particolare gli accertamenti disposti durante le indagini preliminari, nei quali i periti descrivevano le patologie di Alessandrini come “gravi”, tali da avere “fortemente scemato” la capacità di intendere e di volere, pur lasciando “una modesta capacità residua”. “Questa modesta capacità cos’è concretamente? È sufficiente per partecipare a un processo? È questo che non si è mai chiarito”, sostiene la difesa. Il collegio si è ritirato in camera di consiglio per oltre due ore e mezza prima di esprimere la propria decisione di disporre una nuova perizia psichiatrica.
L’incarico sarà affidato il 10 giugno
L’incarico sarà affidato il 10 giugno al professor Ferracuti, psichiatra forense romano. Il consulente dovrà valutare la capacità di intendere e di volere di Alessandrini, la sua capacità processuale attuale, l’eventuale pericolosità sociale e anche la presenza di possibili patologie sopravvenute rispetto agli accertamenti precedenti. Per la difesa, se la nuova perizia dovesse stabilire che Alessandrini non è in grado di partecipare consapevolmente al procedimento, il processo stesso potrebbe fermarsi.
Ieri Alessandrini non era presente in aula. Secondo quanto riferito dai suoi legali, il 31enne avrebbe avuto problemi di salute legati a una lombosciatalgia che gli avrebbe impedito di affrontare il viaggio dal carcere fino ad Ancona. Presenti invece i familiari di Pierpaolo Panzieri. Ed è proprio all’uscita dall’aula che si sarebbero registrati momenti di tensione. “Io faccio il mio lavoro”, ha detto l’avvocato Asole.
Restano inoltre gli altri motivi d’appello che potrebbero ridisegnare il quadro della sentenza di primo grado. Uno riguarda l’aggravante della crudeltà, contestata per le modalità dell’omicidio. Poi c’è il capitolo internazionale, legato alla fuga di Alessandrini dopo il delitto. Il 31enne era stato arrestato in Romania e poi estradato in Italia attraverso un mandato d’arresto europeo. La difesa sostiene che durante quella procedura sarebbe stato violato il cosiddetto “principio di specialità”, cioè la regola che vieta di modificare o aggravare l’imputazione rispetto a quella sulla quale è stata concessa l’estradizione. Secondo Asole, nel corso del procedimento sarebbero state aggiunte aggravanti inizialmente non previste.
2026.5.6 Omicidio Abiuso a Valenzano, dopo 23 anni a processo i tre presunti sicari: saranno giudicati con rito abbreviato
Saranno giudicati con rito abbreviato i tre imputati ritenuti gli autori dell’omicidio di Danilo Abiuso, il 22enne ucciso a Valenzano (Bari) la sera del 14 novembre 2003. L’omicidio rimase irrisolto per oltre 22 anni, ma a febbraio scorso i carabinieri, al termine delle nuove indagini coordinate dal pm Domenico Minardi, individuarono in Luigi Guglielmi, Giovanni Partipilo e Francesco Luigi Frasca gli esecutori materiali del delitto. La richiesta di rito abbreviato è avvenuta davanti al gup Giuseppe De Salvatore. Il processo è stato rinviato al 27 ottobre, data in cui sono previste le discussioni di pm e parte civile (i familiari di Abiuso, assistiti dall’avvocato Roberto Loizzo).
Tutti i tre imputati sono considerati esecutori materiali dell’omicidio, Guglielmi è anche ritenuto il mandante: quella sera, Abiuso fu avvicinato dal commando mentre si trovava in macchina ed era al telefono con una ragazza, e fu colpito da almeno otto proiettili. Agli imputati è contestato il reato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dal metodo mafioso e dalla minorata difesa della vittima. Per i tre è stato possibile disporre l’abbreviato perché il fatto contestato risale al 2003, prima della entrata in vigore della modifica normativa, nel 2019, che vieta il rito abbreviato per i reati punibili con l’ergastolo, come l’omicidio aggravato.
L’omicidio, per gli inquirenti, sarebbe maturato nell’ambito di una faida tra i clan rivali Di Cosola e Strisciuglio. Secondo quanto ricostruito dalle indagini, tre anni prima dell’omicidio, il 21 settembre 2000, Abiuso avrebbe fatto parte del commando ritenuto autore del ferimento all’addome di Luigi Guglielmi. Alla base del gesto ci sarebbe stato l’interesse di uno dei componenti del commando per la moglie di Guglielmi, all’epoca affiliato al clan Strisciuglio. Qualche anno più tardi, il 2 ottobre 2003, nel quartiere Carbonara di Bari fu ucciso Gaetano Marchitelli, colpito per errore da un proiettile vagante (tra gli assassini c’erano Partipilo e Frasca). Il giorno dopo, la sorella 16enne di Guglielmi fu brutalmente picchiata da un esponente del clan Strisciuglio per alcune rivelazioni fatte in ambienti criminali sul delitto Marchitelli. A seguito di questo episodio, Guglielmi decise di passare con i Di Cosola, con cui aveva legami familiari, e di vendicare l’agguato subito tre anni prima.
2026.5.2 Bari, Scamarcia ucciso «dopo una lite per 30 euro». Lin Wei voleva fuggire in Cina, la confessione: «L’ho soffocato»
Sarebbe stato ucciso per una lite su appena 30 euro, al culmine di una pratica illegale legata all’uso della carta di inclusione. È il quadro che emerge dal provvedimento della Procura di Bari sull’omicidio di Michelangelo Scamarcia, il 67enne di Carbonara trovato morto in un deposito di un esercizio commerciale in piazza Umberto.
Per il delitto è stato disposto il fermo di Lin Wei, 41 anni, cittadino cinese, titolare del negozio “Moda Casa”, indagato per omicidio volontario (articolo 575 del codice penale), occultamento di cadavere e utilizzo indebito di strumenti di pagamento.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, alla base della vicenda ci sarebbe un accordo illecito tra vittima e indagato. Scamarcia avrebbe utilizzato la propria carta di inclusione – strumento che consente solo acquisti e non il prelievo di contanti – per effettuare una transazione da 600 euro sul Pos del negozio. In cambio, il commerciante avrebbe dovuto restituire 530 euro in contanti, trattenendo 70 euro come compenso.
Ma qualcosa si sarebbe incrinato. L’indagato avrebbe consegnato solo 500 euro, trattenendo quindi ulteriori 30 euro rispetto al pattuito. Da qui la lite, degenerata – secondo quanto ammesso dallo stesso Lin Wei davanti al pubblico ministero – in un’aggressione culminata con il soffocamento della vittima tramite un sacchetto di plastica.
Il delitto sarebbe avvenuto il 31 marzo, giorno della scomparsa dell’uomo. Il corpo è stato poi nascosto nel deposito del negozio, avvolto in più buste di plastica, per evitare di essere scoperto.
Le indagini dei carabinieri della Compagnia Bari San Paolo e della stazione di Carbonara sono partite dalla denuncia di scomparsa presentata dal fratello il 2 aprile. Un primo elemento decisivo è stato il tracciamento del cellulare, che agganciava la zona di piazza Umberto poche ore dopo l’ultimo contatto.
Ma a indirizzare gli investigatori verso il negozio è stato soprattutto l’utilizzo della carta di inclusione della vittima: la stessa risultava impiegata più volte proprio nell’esercizio commerciale. Non solo. Nei giorni del 27 e 28 aprile sarebbero stati effettuati anche tentativi di prelievo presso un ufficio postale, falliti per errore nel codice Pin.
Convocato per chiarimenti, il titolare del negozio aveva fornito versioni ritenute incongruenti. Da qui la decisione di procedere con una perquisizione. I carabinieri, insospettiti da un forte odore e da liquidi fuoriusciti da un locale chiuso, hanno forzato la porta del deposito, trovando il cadavere in avanzato stato di decomposizione.
Gli accertamenti del medico legale hanno confermato una morte violenta, risalente ad almeno 10-15 giorni prima del ritrovamento.
Per la Procura sussiste anche il pericolo di fuga: l’indagato, senza legami stabili sul territorio e con familiari in Cina, avrebbe manifestato l’intenzione di lasciare Bari. Da qui il fermo e il trasferimento in carcere, in attesa della convalida.
2026.4.24 «Uccise il compagno di stanza nella Rsa», a Bari 88enne prosciolto per vizio di mente
All’alba del 30 agosto 2022, come ricostruito dalle indagini, avrebbe raggiunto il letto in cui dormiva la vittima, di 93 anni, e lo avrebbe colpito continuamente sul volto e sulla testa con il manicotto rigido del deambulatore
Era finito a processo con l’accusa di aver ucciso il suo compagno di stanza in una casa di riposo per anziani a Bari. All’alba del 30 agosto 2022, come ricostruito dalle indagini, avrebbe raggiunto il letto in cui dormiva la vittima, di 93 anni, e lo avrebbe colpito continuamente sul volto e sulla testa con il manicotto rigido del deambulatore. L’anziano, a causa delle ferite, entrò in coma e morì il successivo 8 settembre.
L’imputato, un 88enne di Giovinazzo (Bari) difeso dall’avvocato Giuseppe Mitolo, è stato prosciolto dall’accusa di omicidio aggravato dalla minorata difesa della vittima e dalla crudeltà per «vizio totale di mente e irreversibile incapacità di stare in giudizio». A deciderlo è stata la gip di Bari Anna De Simone lo scorso 22 aprile.
I fatti, come ricostruiti dall’indagine coordinata dalla pm Luisiana Di Vittorio, avvennero alle 5.30 di mattina all’interno della Rsa San Gabriele, nel quartiere San Paolo di Bari.

13 arresti dei carabinieri per traffico di droga, porto abusivo di armi, ricettazione, tentato omicidio e lesioni
Maxioperazione contro lo spaccio a Roma: 13 arresti dei carabinieri per traffico di droga, porto abusivo di armi, ricettazione, tentato omicidio e lesioni. I carabinieri del Nucleo investigativo di Roma stanno eseguendo l’ordinanza, emessa dal gip del Tribunale di Roma su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura, che dispone la custodia cautelare nei confronti delle 13 persone.
Tra loro Raffaele Pernasetti, ritenuto storico esponente della Banda della Magliana, che torna in carcere. Per gli investigatori, grazie alla sua vicinanza con alcuni autorevoli componenti del clan Senese e di una cosca di ‘ndrangheta avrebbe favorito l’attività di approvvigionamento della droga che veniva poi smerciata nelle piazze di spaccio del Trullo, Corviale, Magliana Nuova, Monteverde Nuovo e Garbatella di Roma.
Per gli inquirenti Pernasetti, grazie un antico rapporto con il vertice del clan Senese risalente ai primi anni ’80, una volta tornato in libertà, avrebbe ottenuto il benestare dal clan di origini napoletane a operare nei quartieri romani di Trastevere e Testaccio, con propaggini anche alla Magliana e al Trullo.
Secondo chi indaga, privilegiato luogo di incontri con ‘ndranghetisti ed esponenti della criminalità organizzata romani – monitorati da telecamere nascoste e microspie – era il ristorante di famiglia a Testaccio dove l’uomo ha lavorato per anni come cuoco.
Pernasetti è anche accusato di aver picchiato e minacciato con una pistola alla testa un meccanico per farsi consegnare una 8 mila euro come corrispettivo di una pregressa vendita di sostanze stupefacenti e, poiché le minacce non andavano a buon fine, è accusato di aver ordinato a un gruppo di fuoco composto da tre persone di punire il debitore che il 25 marzo 2024 è stato attinto da 3 colpi d’arma da fuoco alle gambe in via Pian delle Torri, nel quartiere Magliana. A capo dell’organizzazione finalizzata allo spaccio ci sarebbe però un altro personaggio storico della mala romana, già arrestato dagli stessi carabinieri con l’accusa di essere uno dei mandanti dell’omicidio di Cristiano Molè il 15 gennaio 2024 nel quartiere di Corviale. Sequestrati diversi quantitativi di droga e armi. x1200

Los carabineros (policía militarizada italiana) detuvieron esta madrugada en una villa de lujo de la costa amalfitana (sur) al capo mafioso Roberto Mazzarella, jefe del clan homónimo de la Camorra napolitana y considerado uno de los fugitivos más peligrosos del país.
Mazzarella, de 48 años, se encontraba prófugo desde el 28 de enero de 2025, cuando logró escapar a la ejecución de una orden de prisión cautelar emitida por el Tribunal de Nápoles por su presunta implicación en un homicidio agravado por el método mafioso.
El arresto se produjo en el municipio de Vietri sul Mare, cerca de Salerno (sur de Italia), en plena costa amalfitana, donde el fugitivo se ocultaba junto a su esposa y sus dos hijos, según informaron los carabineros en un comunicado.
“El prófugo fue localizado en una villa de lujo de la costa amalfitana y, en el momento del arresto, no opuso resistencia”, precisaron.
Durante el registro del inmueble los agentes se incautaron de tres relojes de lujo, cerca de 20.000 euros en efectivo, documentación falsa, varios teléfonos móviles y manuscritos relacionados con la posible contabilidad de sus actividades ilícitas.
Mazzarella figuraba en la lista de los cuatro prófugos de máxima peligrosidad del Ministerio del Interior italiano y sobre él pesaba también una Orden de Detención Europea emitida por el Tribunal de Nápoles el 18 de abril de 2025.
La operación fue coordinada por la Dirección de Investigación Antimafia de Nápoles y ejecutada por los carabineros de la Unidad de Investigación del Comando Provincial de la misma ciudad.

La donna è stata colpita con dodici coltellate. Il 56enne è stata trasferito al carcere di Piazza Lanza
«Non mi faceva vedere mia figlia. Abbiamo litigato e l’ho colpita». Giovanni Platania ha ampiamente confessato di aver accoltellato l’ex moglie nel corso dell’interrogatorio davanti al sostituto procuratore Emilia Rapisarda che si è svolto nella caserma di Piazza Verga a Catania. Con lui c’era anche il legale di fiducia, l’avvocato Fabio Presenti. L’uomo ora è stato fermato e condotto nel carcere di Piazza Lanza.
A eseguire il provvedimento emesso dalla pm e vistato dalla procuratrice aggiunta Liliana Todaro sono stati i carabinieri del nucleo investigativo di Catania e del nucleo operativo della Compagnia di Piazza Dante.
Le accuse sono di tentato femminicidio e porto illegale di armi od oggetti atti a offendere. «Le attività investigative hanno consentito di delineare il contesto relazionale alla base dell’episodio. In particolare, l’uomo, da poco scarcerato, non avrebbe accettato la decisione della moglie di porre fine al rapporto, comunicatigli durante la detenzione. Una volta tornato in libertà, preso atto della fermezza della scelta, avrebbe minacciato la donna fino al tragico epilogo», si legge nella nota inviata dalla procura.
Platania stato scarcerato l’otto marzo scorso – giorno della Festa della Donna – il 56enne che ieri ha accoltellato l’ex moglie a Catania. Una tragica casualità. Giovanni Platania aveva finito di scontare una condanna di 4 anni per rapina. Durante la detenzione il matrimonio era finito. Dalla relazione erano nati quattro figli, una è minorenne. Dal giorno che è tornato a piede libero ha provato a ritornare con lei. Ma la donna ha chiuso qualsiasi possibilità. Sono nate le tensioni familiari che sono culminate con il tentato femminicidio di ieri sera in via Villa Glori, davanti al bazar. La donna è stata colpita con dodici coltellate.
Platania è scappato a piedi. Ma è rimasto a Picanello. I carabinieri del Nucleo Investigativo lo hanno preso mentre si trovava nella piazza Giambattista Bertolesi con ancora gli indumenti sporchi di sangue. Le tracce ematiche sono state repertate dagli uomini della Sis, che le analizzeranno. Era nello slargo dove molti del quartiere sono soliti riunirsi. Non si è stupito quando ha visto arrivare i carabinieri.
Matteo Alborghetti, comandante dei Carabinieri della Compagnia di Piazza Dante, ha spiegato che gli “immediati approfondimenti” svolti sul luogo dell’evento “ci hanno consentito di stringere il cerchio intorno a un sospettato, in particolare all’ex marito” della vittima. Le verifiche condotte “da quando è avvenuto l’evento fino alla mattinata odierna ci hanno consentito di rintracciarlo in una piazza di Picanello”. Secondo il comandante, le operazioni sono state portate avanti “con delle ricerche serrate che hanno interessato tutto il quartiere e le zone limitrofe”. Una volta rintracciato, il soggetto è stato accompagnato presso gli uffici del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale, dove “gli specialisti della sezione investigazioni scientifiche sono riusciti ad isolare delle tracce ematiche sui suoi indumenti che saranno ovviamente analizzate per poi porre il tutto a disposizione dell’autorità giudiziaria”.

La Procura di Rimini approfondisce le dichiarazioni di una testimone della difesa nel processo a Louis Dassilva
Nuovi sviluppi nell’inchiesta sull’omicidio di Pierina Paganelli. La Procura di Rimini ha convocato Loris Bianchi e la moglie Serena per approfondire le dichiarazioni emerse in aula da una testimone della difesa nel processo a Louis Dassilva. Dopo la convoca da parte del pm Daniele Paci, Squadra mobile e Procura vogliono approfondire quanto detto da una testimone della difesa nell’udienza del 30 marzo in Corte d’Assise, dove si sta processando Louis Dassilva, per l’omicidio di Pierina Paganelli, del 3 ottobre 2023 in via del Ciclamino.
Come riporta l’Ansa, Valentina Pellissier, testimone chiamata alla sbarra dagli avvocati Riario Fabbri e Andrea Guidi, ha raccontato che la mattina del 28 febbraio 2025 Serena, la moglie di Loris Bianchi, “disse che il pm Paci ce l’aveva con la nuora di Pierina, poi mi mandò un vocale affermando che la Procura avrebbe detto a Manuela di dire che la mattina del ritrovamento del cadavere aveva visto Louis nel garage. A detta sua, lei gli rispose che non era vero e che non l’avrebbe detto”. I vocali in questione, in possesso dei legali Fabbri e Guidi sono stati anche trasmessi da trasmissioni televisive che si occupano del caso, e risalirebbero a giorni prima, dell’incidente probatorio di Manuela Bianchi.
Con la testimonianza di Pellissier, la difesa ha tentato di gettare un’ombra su quanto dichiarato dalla principale accusatrice di Dassilva, la nuora Manuela che dopo un anno dall’omicidio ha confessato di aver incontrato l’imputato con il quale aveva una relazione extraconiugale la mattina del ritrovamento del cadavere nel garage di via del Ciclamino. Dassilva viene così collocato sulla scena del crimine prima che il delitto fosse scoperto.
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La sentenza di primo grado è stata impugnata sia dalla Procura di Udine, sia dal suo difensore
Il processo davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Trieste sarà cruciale per Anderson Vasquez Dipre. Lo scorso anno, il dominicano è stato condannato dal Tribunale di Udine a 27 anni e 4 mesi di reclusione per l’omicidio volontario di Ezechiele Mendoza Gutierrez, ferito e ucciso con un colpo sferrato con lo stelo di un bicchiere all’alba del primo gennaio 2024 ai laghetti Alcione di Udine.
In Corte di Assise di Appello si arriverà, il prossimo 22 giugno, perchè la sentenza di primo grado è stata impugnata sia dalla Procura di Udine, sia dall’avvocato Emanuele Sergo, difensore dell’imputato.
Da una parte, il pm Elisa Calligaris chiede che sia riconosciuta l’aggravante dei futili motivi, esclusa dalla Corte d’Assise friulana. In questo caso, il giudice di secondo grado potrebbe decidere per la condanna all’ergastolo, come chiesto dall’accusa in primo grado.
Dall’altra, Sergo chiede che l’accusa di omicidio volontario sia derubricata a omicidio preterintenzionale. In ogni caso, il legale domanda che sia applicata alla pena lo sconto di un terzo. Caduta l’aggravante dei futili motivi, infatti, Dipre avrebbe potuto accedere in udienza preliminare al rito abbreviato. In questo caso, la condanna per Dipre potrebbe scendere sotto la soglia dei 10 anni.

Analisi del Maugeri confermano avvelenamento
Non si sarebbe trattato di un’intossicazione alimentare, bensì di un avvelenamento. A provocare la morte della madre e della figlia di Pietracatella (Campobasso) lo scorso Natale sarebbe stata la ricina, una sostanza estremamente tossica. L’esito è emerso dalle analisi condotte dal Maugeri di Pavia. Anche per questo motivo è stata richiesta una proroga di 30 giorni per completare gli accertamenti autoptici. A questo punto il procedimento è configurato come omicidio: resta da stabilire chi abbia somministrato il veleno alle due donne. Alla luce di questa svolta, la Procura di Campobasso ha aperto un nuovo fascicolo per duplice omicidio premeditato in relazione alla morte della quindicenne Sara Di Vita e della cinquantenne Antonella Di Ielsi, decedute a poche ore di distanza tra il 27 e il 28 dicembre 2025 all’ospedale Cardarelli di Campobasso. La Squadra mobile è ora al lavoro per individuare il responsabile e il movente. Tra i punti chiave dell’inchiesta, capire in che modo l’autore del delitto si sia procurato un agente tanto letale e come lo abbia somministrato, ipotesi che comprende anche eventuali canali illegali come il dark web.
La ricina è nota al grande pubblico per alcune rappresentazioni in serie televisive di genere crime. Per competenza territoriale, il fascicolo è stato trasferito dalla Procura di Campobasso a quella di Larino. L’indagine, al momento, è coordinata dal procuratore capo Elvira Antonelli, che dirige l’attività della Squadra mobile di Campobasso. Gli approfondimenti investigativi sono affidati al dirigente Marco Graziano.
Cos’è la ricina
La ricina è una potente tossina naturale contenuta nei semi del ricino (Ricinus communis). È altamente velenosa se ingerita, inalata o iniettata: inibisce la sintesi proteica delle cellule, provocandone la morte. I sintomi includono vomito, diarrea, convulsioni e insufficienza multiorgano, con esiti spesso fatali entro 3-5 giorni. Non esiste un antidoto specifico. Le nuove indagini dovranno chiarire chi se ne sia appropriato e con quali modalità l’abbia somministrata alle vittime.
2026.3.30 Il pubblico ministero incalza Dassilva in un’udienza fiume da 9 ore, l’imputato: “Avevo paura che Manuela mi incastrasse”
L’imputato dell’omicidio di Pierina Paganelli: “La mattina del ritrovamento ero nel mio appartamento ad aspettare Manuela per un rapporto sessuale”

Dopo la pausa pranzo è ripresa la tredicesima udienza in Corte d’Assise per l’omicidio di Pierina Paganelli che ha, come unico imputato, Louis Dassilva. Nella prima parte della giornata il metalmeccanico senegalese ha risposto, per quattro ore, alle domande del sostituto procuratore Daniele Paci facendo emergere numerosi “non ricordo” nella ricostruzione dei suoi rapporti con l’amante Manuela Bianchi, nuora della vittima, e sui giorni precedenti al delitto avvenuto il 3 ottobre 2023. Tra le poche certezze, il rapporto burrascoso della Bianchi con la famiglia del marito e le tensioni che ne derivavano durante la relazione extraconiugale della donna col senegalese 36enne il quale, in aula, ha più volte ribadito di non essere uscito di casa la sera dell’omicidio nonostante le continue contestazioni da parte del pubblico ministero dovute, anche, alla poca padronanza della lingua italiana da parte dell’imputato che, per la sua testimonianza, è assistito da una interprete.
Contestazioni inerenti a quanto dichiarato dal 36enne durante l’istruttoria alle quali, Dassilva, ha sempre cercato di fornire delle giustificazioni plausibili al di là del fatto di sostenere di non ricordare alcuni episodi specifici. La mattina del ritrovamento del cadavere, Louis ha ricordato che “Manuela è venuta a suonare al mio campanello. Io l’aspettavo in boxer perchè avremmo dovuto avere un rapporto, e quando ho aperto la porta dell’appartamento l’ho vista impanicata dicendo che aveva trovato una signora nel garage, che sembrava si fosse fatta male. Io gli ho risposto che sarei arrivato, ho socchiuso la porta e cercato qualcosa da mettermi. Quando sono uscito ero scalzo lei non c’era più e io ho preso l’ascensore per scendere. Non ho fatto entrare Manuela in casa perchè ho pensato fosse più importante vestirmi in fretta e correre ad aiutare chi si era fatto male”.
Una ricostruzione che il sostituto procuratore ha cercato più volte di minare ricordando come, negli altri interrogatori, l’imputato aveva ricordato diversamente quanto avvenuto. Anche il fatto che Dassilva avesse ricordato, nell’immediatezza, di essere sceso facendo le scale, l’imputato ha ribadito di aver utilizzato l’ascensore spiegando di non essersi ricordato bene all’epoca. “Non mi so spiegare perchè, quella volta, avevo parlato di scale. Ero in panico per il ritrovamento e lo scombussolamento di quanto era accaduto e, forse, non avevo capito bene o non ero stato capace di spiegarmi”.
Le contraddizioni di Dassilva
“Uscito dall’ascensore al piano -1 – ha poi aggiunto – ho trovato Manuela e Ion. Lei teneva aperta la porta tagliafuoco e lui con la torcia del telefono illuminava la scena. Si vedeva una persona stesa. Io mi sono affacciato per vedere chi era. In quel momento nessuno aveva capito chi era”. Alla contestazione del pm, che in passato aveva dichiarato di avere il cellulare e acceso la torcia, Dassilva si è giustificato sostenendo che “forse pensavo di averlo, solo dopo sono andato a riprendere il telefonino”. Dassilva ha poi ricostruito come abbia bussato a tutte le porte del palazzo per poi tornare nel suo appartamento, mettersi le scarpe e prendere il telefonino, e scendere nuovamente nei garage.
“Per sbaglio – ha spiegato Dassilva – mi sono fermato al primo piano dove ho incontrato la Parise e gli ho detto di quello che era successo nei garage. Ancora non sapevo che la morta fosse la Paganelli e ho ritrovato Manuela e Ion al piano zero, lei piangeva e lui la sosteneva. Stavano chiamando i soccorsi con questi che le avevano detto di andare a controllare se la persona nei garage respirasse. Quindi noi tre siamo scesi nuovamente tutti e tre per andare ad accertarcene. Solo dopo questo Manuela ha riconosciuto sua suocera, io ho toccato il collo del corpo e ho sentito che era già fredda”. Nel corso del dibattimento è emerso che, durante le indagini, ci sono state versioni diverse di Dassilva nel ricostruire quanto accaduto la mattina del 4 ottobre 2023.
Nel pomeriggio l’imputato ha avuto un incontro con Loris Bianchi. “L’ho fatto entrare nel mio appartamento – ha ricordato Dassilva – e mi ha detto ‘giustizi è stata fatta’ sostenendo che quello che era successo non era il lavoro di una sola persona. Non ricordo quanto è durata a mia relazione con Manuela, è iniziata nel febbraio del 2023 e si è conclusa dopo il ritrovamento della Pierina nell’aprile del 2024”. Alla contestazione del pubblico ministero, che ha ricordato all’imputato come in precedenti dichiarazione avesse detto circa un mese, il senegalese si è giustificato sostenendo di “avere avuto paura” per nasconderla il più possibile. “Ho sbagliato”, ha ammesso.
La relazione clandestina con Manuela Bianchi
“E’ capitato, durante la nostra relazione e dopo che Giuliano era stato investito, che Manuela si sfogasse con me dei suoi problemi famigliari”. E’quindi emerso che, nel 2022 prima dell’inizio della relazione clandestina, la Bianchi si fosse sfogata con Valeria sostenendo che, Giuliano, “non le diceva parole dolci e non la portava a letto”. “Io ho sentito quelle parole – ha spiegato l’imputato – e ho deciso di provarci con lei. All’inizio non accettava il mio corteggiamento e aveva anche paura e diceva ‘o tutto o niente’ col fatto che ero sposato. Mia moglie, poi, si era arrabbiata quando aveva scoperto, dopo diversi mesi, che avevo avuto un figlio in Senegal. Lei mi aveva dato il via libera a farlo ma io non gli avevo detto niente e l0 aveva scoperto su internet”.
“Con Manuela ho avuto delle relazioni sessuali anche nel punto in cui è stata uccisa Pierina – ha aggiunto. – Non avevamo problemi a farlo anche nei garage o nei luoghi appartati del condominio. Facevamo attenzione che nessuno ci potesse scoprire. Altre volte a casa sua o a casa mia, in una casa dove andava a lavorare, nelle strade e nei parcheggi appartati. Nelle chat usavamo dei nomi in codice per non farci scoprire. In due occasioni, durante i nostri incontri, si è rotta le costole. Già a febbraio del 2024 avevo detto a Manuela che volevo interrompere la relazione per far credere a mia moglie che fosse tutto finito ma, anche dopo, abbiamo avuto dei rapporti fino ad aprile. L’ultimo è stato il 29 aprile del 2024 nella mia macchina, i nostri rapporti si erano raffreddati già dopo la morte di Pierina e a novembre 2023 mia moglie aveva scoperto tutto. La relazione non poteva più andare avanti, lo sapevano tutti e ho detto a Manuela che era finita. Lei, invece, voleva che scappassimo insieme”.
Le tanti amanti di Dassilva
Alla domanda della presidente della corte sul perchè non fosse scappato con l’amante, Dassilva ha aggiunto “Io ero innamorato di mia moglie, speravo che Manuela capisse che la stavo prendendo in giro e che tra noi non c’era futuro. Tra l’altro, oltre alla Bianchi, avevo delle altre relazioni clandestine. Con Manuela ero annoiato e, per divertirmi di più, ho avuto altre occasioni e ne ho approfittato ma la mia unica moglie è Valeria”. Tuttavia il sostituto procuratore Paci ha contestato all’imputato che, in occasione dell’ultimo rapporto con Manuela, quest’ultima ha dichiarato il grande amore che aveva per Dassilva con Louis che, dalle intercettazioni, confermerebbe i suoi stessi sentimenti per la donna. Frasi che, però, il senegalese ha dichiarato di non ricordarsi di avere dette. Allo stesso tempo, nel corso del dibattimento, è emerso come Dassilva nello stesso periodo frequentasse anche delle prostitute.
Dassilva: “Avevo paura che Manuela mi incastrasse”
La frase di saluto di quell’ultima notte da parte del metalmeccanico, registrata dalle microspie, è stata: “Io ti amo, non smetterò mai di pensarti ti consiglio di scappare da tutto”. “E’ il mio difetto – si è giustificato – ho sbagliato ad andare con le altre ma, ribadisco, mia moglie è sempre mia moglie. Comunque ho avuto rapporti con Manuela anche dopo l’omicidio perchè ogni occasione era buona per farlo”. In sede di interrogatorio, tuttavia, l’imputato aveva spiegato di avere continuato perchè “volevo tenerla buona, non sapevo cosa aveva per le mani. Nel caso non lo so se volesse fregarmi”.
“Non so come la Bianchi potesse intervenire sul Dna dei vestiti che mi aveva preso il giorno dell’incidente – sottolinea Dassilva – ma era la mia paranoia che mi portava a continuare a tenerla buona”. Una tesi che non ha convinto il pm con quest’ultimo che ha continuato a contestare all’imputato le sue precedenti dichiarazioni sottolineando, allo stesso tempo, che l’unico momento in cui sarebbe potuto essere incastrato era il 3 ottobre del 2023.
Solo passate le 20, dopo oltre 9 ore di dibattimento, il processo è stato aggiornato al prossimo 13 aprile per terminare l’esame dell’imputato.
2026.3.30 Garlasco, la nuova clamorosa ipotesi: “Riesumazione del corpo di Chiara”. E l’inquietante dettaglio sul primo gradino
L’operazione “tecnicamente irripetibile” per provare a risolvere il caso
Non c’è pace per Chiara Poggi e la sua famiglia, il delitto di Garlasco, dopo oltre 18 anni è ancora un mistero. Ogni tesi investigativa manca sempre di qualche tassello, e anche su Alberto Stasi, l’unico ad aver pagato per quell’omicidio, ora ci sono parecchi dubbi, visto che molte cose non tornano più, specie dopo aver spostato l’ora della morte di Chiara più avanti nel tempo. E proprio in seguito a quella perizia della dottoressa Cattaneo, destinata a ribaltare ancora una volta tutto, si fa strada una clamorosa ipotesi: la riesumazione del corpo di Chiara. Ne hanno parlato a “Quarto Grado” su Rete4. “È oggettivamente straziante“, afferma Paolo Reale, perito forense in ambito informatico che è scettico sull’ipotesi: “Mi pare un po’ strano perché è un’operazione tecnicamente irripetibile, quindi deve essere condotta con il contraddittorio delle parti, deve essere fatta in un certo modo”.
Una riesumazione “non è stata mai chiesta da nessuno, anche nel passato, né dai periti né dai consulenti di parte, ma quale dovrebbe essere questo elemento dirimente e utilissimo da richiedere appunto un’operazione così invasiva che supera tutto il resto del materiale?”, si chiede l’esperto. Si torna anche a parlare del’orario del delitto collegandolo al comportamento di Chiara, che dalle 9.45 di quel drammatico 13 agosto 2007, non ha più risposto alle telefonate ricevute e neppure agli squilli di Stasi. Era già morta? Questa è la grande domanda ancora senza una risposta.
Poi c’è un altro dettaglio inedito e piuttosto inquietante, il killer stando alla ricostruzione della dinamica del delitto, dopo aver colpito più volte Chiara, si sarebbe fermato sul primo gradino che conduce al seminterrato a osservarla mentre era ancora agonizzante. Cosa c’è dietro a questo gesto? Chi voleva vederla soffrire in maniera così sadica? Domande senza una risposta, che però fanno tornare alla mente quanto dichiarato dall’ex legale di Andrea Sempio. Massimo Lovati ha parlato a più riprese di “un’esecuzione”. Chiara – secondo l’avvocato – “aveva visto qualcosa che non doveva vedere”. Ma cosa? Il riferimento del legale è al mondo “della pedopornografia”. Ma sono solo ipotesi, senza prove.
2026.3.30 Terrorismo, cosa si sa del minorenne arrestato in Italia. Così preparava stragi simili a quelle di Bruxelles e Parigi col perossido di acetone
Maxi blitz dei Carabinieri e perquisizioni in 4 regioni. Il 17enne è gravemente indiziato: ecco perché
Nelle prime ore della mattina in Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e Toscana, il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, in collaborazione con i Comandi Provinciali competenti per territorio, ha dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare con successivo trasferimento presso un istituto penale minorile, emessa dal gip del Tribunale per i Minorenni di L’Aquila su richiesta di questa Procura per i Minorenni, a carico di un diciassettenne pescarese domiciliato nella provincia di Perugia.
Il minore è ritenuto gravemente indiziato dei delitti di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, oltre che di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. L’attività investigativa, coordinata dalla Procura Minorile di L’Aquila, ha permesso di contestare al giovane il reperimento e la diffusione di manuali contenenti istruzioni dettagliate per la fabbricazione di congegni bellici e armi da fuoco. Tra il materiale a suo tempo sequestrato figurano documenti contenenti indicazioni tecniche su sostanze chimiche e batteriologiche pericolose, nonché vademecum dedicati al sabotaggio di servizi pubblici essenziali, il tutto inserito in una chiara cornice di finalità terroristica.
Nello specifico – si legge in una nota – appaiono assumere un profilo di rilevante pericolosità le informazioni detenute in ordine al reperimento di armi, alla loro fabbricazione con tecnologia 3D e alla preparazione del TATP (perossido di acetone), sostanza nota per l’estrema facilità di sintesi e già impiegata nelle stragi di Bruxelles e Parigi, soprannominata la “madre di Satana”. Le indagini hanno altresì documentato i contatti tra il minore e il vertice del gruppo Telegram denominato “Werwolf Division”, incentrato su contenuti e narrazioni legati alla supposta superiorità della “razza ariana”, nonché sulla costante glorificazione di mass shooters quali Brenton Tarrant, autore degli attentati alle moschee di Christchurch avvenuti il 15.03.2019, e Anders Behring Breivik, autore degli attentati avvenuti a Oslo e Utoya il 22.11.2011, elevati a “santi” per incentivare l’emulazione.
2026.3.29 Garlasco, l’allarme di casa Poggi attivato e disattivato ogni notte: la nuova mappa riapre il rebus delle 1.50 prima del delitto
Nelle notti prima del delitto di Chiara Poggi l’allarme perimetrale di via Pascoli venne disattivato e riattivato più volte, quasi sempre nel cuore della notte. Un dato che rende meno anomala anche l’attivazione dell’1.50 tra il 12 e il 13 agosto 2007 e rilancia un’ipotesi a lungo considerata debole: Chiara poteva davvero aprire ai gatti, o comunque muoversi in casa, seguendo un’abitudine ormai consolidata.
Garlasco, l’allarme di casa Poggi attivato e disattivato ogni notte: ci sono dettagli che per anni sono stati trattati come piccole note a margine e che adesso, uno dopo l’altro, tornano a chiedere conto. L’allarme di casa Poggi è uno di questi. Per molto tempo l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla disattivazione notturna tra il 12 e il 13 agosto 2007, in particolare su quel passaggio delle 1.50, rimasto come un’increspatura sospetta dentro una notte già carica di interrogativi. Oggi però la lettura cambia, perché la mappa completa dell’utilizzo del sistema di sicurezza nella settimana precedente al delitto racconta una storia diversa: quella manovra notturna non sembra più un fatto isolato.
Il dato che emerge con più forza è semplice ma pesante. Nelle notti che precedono l’omicidio di Chiara Poggi, l’allarme perimetrale della villetta di via Pascoli viene disattivato e riattivato con regolarità. Non una volta sola, non in circostanze eccezionali, ma quasi ogni notte. E quasi sempre in orari che cadono nel pieno del buio. Se questo quadro regge, il sistema di allarme non restituisce l’immagine di una casa sigillata fino al mattino, ma quella di un’abitazione in cui Chiara si muove, apre, richiude, interviene sul dispositivo seguendo una routine che evidentemente le apparteneva.
La mappa dell’allarme cambia il peso della notte del delitto
La sequenza parte dal 5 agosto 2007, il giorno in cui Rita Preda, Giuseppe Poggi e Marco Poggi partono per il Trentino e Chiara resta sola in casa con i gatti Piuma e Minù. È da quel momento che il comportamento dell’allarme diventa particolarmente interessante. La ragazza, rimasta sola nell’abitazione, inizia a usare il sistema in modo discontinuo durante la notte. Non è un dettaglio da poco, perché significa che il movimento dell’antifurto non può essere letto automaticamente come il segnale di un evento eccezionale.
Gli esempi sono numerosi. Nella notte tra il 7 e l’8 agosto l’allarme viene disattivato alle 00.58 e riattivato subito dopo. Tra l’8 e il 9 agosto accade qualcosa di simile: disattivazione alle 23.53, riattivazione un minuto più tardi. Nella notte tra il 9 e il 10 agosto il sistema viene spento intorno a mezzanotte e mezza e riacceso due minuti dopo. Tra il 10 e l’11 agosto la stessa scena si ripete alle 00.36, con un nuovo ripristino quasi immediato. Nella notte tra l’11 e il 12 agosto il movimento si sposta ancora più avanti: disattivazione alle 2.05, riattivazione alle 2.07.
Messa in fila così, questa serie di attivazioni e disattivazioni notturne produce un effetto molto chiaro: rende molto meno “strana” anche la famosa manovra dell’1.50 nella notte che precede il delitto. E qui si apre il punto vero. Se Chiara compiva già quel tipo di gesto nelle notti precedenti, allora non si può più usare quel singolo orario come un elemento automaticamente anomalo o straordinario. Diventa, piuttosto, un tassello coerente con una consuetudine.
L’ipotesi dei gatti non appare più così fragile
Per anni una delle spiegazioni avanzate per questi movimenti dell’allarme è stata quella dei gatti. Chiara avrebbe potuto disattivare il sistema perimetrale per permettere a Piuma e Minù di uscire, o comunque per gestire piccoli spostamenti dentro e fuori casa durante la notte. È un’ipotesi che in passato gli inquirenti hanno considerato poco convincente. Ma il quadro cambia se si osserva l’intera settimana precedente e non il solo 13 agosto.
Il motivo è elementare. Un gesto isolato, compiuto una sola volta nella notte del delitto, può prestarsi a letture sospette. Un gesto ripetuto notte dopo notte, invece, somiglia molto di più a un’abitudine domestica. Non prova nulla in modo definitivo, certo, ma modifica il terreno del ragionamento. E soprattutto toglie forza a una lettura automatica dell’1.50 come di un’ora “impossibile” o incomprensibile.
Se Chiara aveva davvero l’abitudine di alzarsi, aprire, richiudere e riattivare l’allarme, allora la notte del delitto non rappresenterebbe una rottura improvvisa della routine, ma la prosecuzione di uno schema già visto. In un caso come Garlasco, dove ogni minuto pesa come piombo, anche una sfumatura del genere può cambiare molto.
Cosa accade la sera del 12 agosto prima dell’ultima attivazione
Su quanto Chiara Poggi abbia fatto nelle ore immediatamente precedenti al delitto le ricostruzioni non sono ricchissime, ma alcuni punti restano fermi. La sera del 12 agosto la ragazza trascorre molte ore con Alberto Stasi. I due mangiano una pizza da asporto nella villetta di via Pascoli. A un certo punto lui torna brevemente a casa per occuparsi del cane e poi rientra. In quelle ore si lavora anche alla tesi di laurea di Stasi, poi i due guardano un film, fino al momento in cui lui lascia definitivamente la casa.
Anche in questo caso l’allarme diventa una specie di metronomo silenzioso della serata. A mezzanotte e un minuto il sistema viene disattivato e riattivato quasi subito. Poi, alle 00.57, un nuovo movimento: disattivazione e riattivazione alle 00.59, passaggio che viene normalmente letto come compatibile con l’uscita di Stasi dalla villetta. E poi arriva l’ultimo nodo: all’1.50 l’allarme viene nuovamente disinserito e riattivato dopo pochi secondi.
È proprio questo terzo passaggio ad aver alimentato per anni dubbi, sospetti, domande. Perché Chiara, rimasta sola dopo che Alberto era andato via, avrebbe sentito il bisogno di intervenire ancora sull’allarme a quell’ora? La risposta, oggi, non è definitiva. Ma la mappa completa della settimana precedente impone almeno una prudenza diversa: quell’azione non può più essere letta come un fatto totalmente fuori scala.
Un dettaglio tecnico che tocca il cuore della ricostruzione
In un’indagine per omicidio, gli orari servono a tutto: a incastrare, a escludere, a rendere plausibili o implausibili gli spostamenti, a comprimere o allargare le finestre temporali. Ecco perché il tema dell’allarme non è una curiosità da appassionati di cronaca, ma un passaggio centrale. Se l’uso notturno del sistema era consueto, allora alcune deduzioni costruite sull’eccezionalità di quel movimento potrebbero indebolirsi.
Questo non significa che il rebus sia risolto. Significa però che la sequenza dell’1.50 va trattata per quello che è: un elemento da inserire dentro una routine più ampia, non da isolare artificialmente come se fosse una firma misteriosa. E in un caso come quello di Garlasco, dove da mesi si rimettono in discussione l’ora della morte, la dinamica dell’aggressione e perfino alcuni passaggi fondamentali della scena, anche il comportamento dell’allarme smette di essere un dettaglio laterale.
Perché questo punto torna oggi così importante
Il motivo è semplice: il caso Chiara Poggi sta tornando sotto analisi nei suoi snodi più delicati. E quando si riaprono le questioni centrali, tutto ciò che sembrava minore torna a pesare. La nuova attenzione sugli orari, sulle abitudini di Chiara, sui margini della sua routine mattutina e notturna, rende inevitabile riconsiderare anche la gestione dell’allarme.
Se davvero la ragazza lo disattivava e riattivava tutte le notti, il quadro cambia. Cambia il giudizio su ciò che è normale e su ciò che non lo è, cambia il peso della notte del 12 agosto. Cambia anche il modo di leggere certe ipotesi difensive, che per anni sono state liquidate troppo in fretta come poco credibili.
Garlasco, l’allarme di casa Poggi attivato e disattivato ogni notte
Non basta, da solo, a ribaltare una sentenza. Ma basta eccome a riaprire una domanda scomoda: quante conclusioni sono state costruite trattando come eccezionale ciò che, forse, eccezionale non era affatto?
2026.3.29 Orrore a Rovigo, donna e bimbo trovati morti in un laghetto. La Procura indaga per omicidio
A notare i cadaveri, nel primo pomeriggio, era stato un passante che ha immediatamente lanciato l’allarme
La Procura di Rovigo indaga per omicidio sul caso della donna e del bimbo di poco più di un anno trovati morti ieri in un laghetto artificiale a Castelguglielmo, nel Rodigino. L’indagine è a carico di ignoti e si tratta di un passaggio necessario per procedere con tutti gli accertamenti del caso.
Gli inquirenti, infatti, al momento non escludono alcuna ipotesi, compresa quella di un omicidio-suicidio. Le vittime sono madre e figlio di origini cinesi. Lei aveva 39 anni e il piccolo ne aveva compiuto uno lo scorso dicembre. Entrambi vivevano a Castelguglielmo. Alcuni testimoni riferiscono di averli visti ieri, nel primo pomeriggio, nei pressi del laghetto. La donna spingeva il passeggino, poi lasciato lì a pochi passi dalle acque in cui sono stati trovati morti entrambi.
A notare i cadaveri, nel primo pomeriggio, era stato un passante che ha immediatamente lanciato l’allarme. Maggiori risposte sulle cause della morte arriveranno dall’autopsia, fissata per domani I carabinieri, intanto, procedono con l’ascolto di testimoni.
2026.3.28 «Tania Bellinetti uccisa perché si era sottratta al suo carnefice»: l’ex Selmi Faez a processo per omicidio volontario
Adesso si apre la fase più delicata: il processo davanti alla Corte d’Assise, con la prima udienza già fissata per l’8 giugno
Era l’8 aprile del 2025, un martedì, quando Tania Bellinetti, 47 anni, è precipitata dal balcone del terzo piano di casa sua, a Bologna. È morta a causa delle ferite riportate. Quasi un anno dopo l’ex compagno della vittima, Selmi Faez, 38 anni, è stato rinviato a giudizio per omicidio aggravato. «Un primo passo nella giusta direzione», affermano gli avvocati dei familiari di Bellinetti, Chiara Rinaldi e Antonio Petroncini.
«Giustizia alla povera Tania»
Adesso si apre la fase più delicata: il processo davanti alla Corte d’Assise, con la prima udienza già fissata per l’8 giugno. La decisione della gup Roberta Malavasi segna, per l’accusa, un passaggio cruciale, soprattutto dopo la riformulazione del capo d’imputazione da omicidio preterintenzionale a omicidio volontario pluriaggravato. I legali, che chiedono «giustizia alla povera Tania», sottolineano come l’istruttoria dibattimentale potrà rafforzare ulteriormente la tesi accusatoria: «Tania è stata uccisa perché aveva deciso di sottrarsi al proprio carnefice». Un convincimento che trova riscontro, secondo la Procura di Bologna, anche nella consulenza cinematica, che escluderebbe sia l’ipotesi accidentale sia quella suicidaria, attribuendo l’evento a un’azione volontaria dell’imputato.
Gli anni di violenze
La vicenda affonda le radici in una relazione iniziata nel 2019 e segnata, secondo gli inquirenti, da violenze ripetute. In più occasioni erano stati attivati interventi con il “codice rosso”, fino a una condanna definitiva per maltrattamenti e a un’altra, più recente, in primo grado per stalking.
Nonostante questo, nel corso del 2025 Faez era tornato a vivere nell’appartamento di Bellinetti. L’8 aprile, poco prima della tragedia, la donna aveva contattato amici e familiari manifestando un forte stato di prostrazione. Poi l’ennesima lite, testimoniata dal disordine nell’abitazione, tra mobili danneggiati e oggetti sparsi. Di lì a poco, la caduta dal balcone del terzo piano. Dopo i fatti, l’uomo era fuggito all’estero, fino al fermo avvenuto il 23 luglio in Francia.
2026.3.28 Omicidio Sartini, la Cassazione annulla ancora la condanna: si riapre il processo
Sotto accusa il vicino di casa Nica Cornel. La Corte di Assise di Appello di Firenze lo aveva condannato a 18 anni di reclusione. L’avvocato Simeone Sardella: “Un caso giudiziario unico in Italia”
ANCONA – A quasi dodici anni dall’omicidio di Giancarlo Sartini il caso resta senza una verità definitiva. La Corte di Cassazione ha infatti annullato per la terza volta la condanna nei confronti di Nica Cornel, 31 anni, cittadino romeno e unico imputato per il delitto avvenuto a Chiaravalle nella notte tra il 26 e il 27 dicembre 2014. I giudici hanno disposto un nuovo processo d’appello davanti a una diversa sezione della Corte di Assise di Appello di Firenze, riaprendo di fatto una vicenda giudiziaria tra le più complesse degli ultimi anni. Cornel era stato inizialmente assolto in primo grado dal tribunale di Ancona, ma successivamente condannato nei successivi gradi di giudizio, fino all’ultima sentenza (dello scorso anno) che gli aveva inflitto 18 anni di carcere per omicidio volontario. Determinante, ancora una volta, il ricorso presentato dalla difesa, guidata dall’avvocato Simeone Sardella, che ha contestato la sentenza su più fronti: dalle presunte violazioni procedurali fino alla ricostruzione dei fatti. In totale sono tredici i motivi di ricorso accolti almeno in parte dalla Suprema Corte e sui quali sarà possibile leggere le motivazioni appena usciranno. Secondo l’accusa Sartini sarebbe stato aggredito e ucciso a sprangate nella sua abitazione dopo aver sorpreso Cornel mentre tentava un furto. Ma la difesa ha sempre sostenuto l’estraneità dell’imputato, puntando su elementi ritenuti decisivi, tra cui un alibi fornito da una prostituta, con cui Cornel si sarebbe trovato al momento dell’omicidio. Proprio questa testimonianza è stata al centro delle polemiche processuali: ritenuta inattendibile dai giudici d’appello, è stata trasmessa in Procura per ipotesi di falsa testimonianza.
Una valutazione che la difesa ha sempre contestato, insieme alla gestione delle prove scientifiche, in particolare un’impronta insanguinata trovata nell’abitazione della vittima e non attribuita con certezza all’imputato. Ora la parola torna di nuovo ai giudici di Firenze, chiamati a celebrare quello che sarà il quarto processo d’appello. La data dell’udienza non è ancora stata fissata. “Si tratta di un caso giudiziario unico in Italia – commenta l’avvocato Sardella – che supera per numeri di annullamenti con rinvio i più noti casi delle cronache giudiziarie italiane. Ora mi auguro che si possa rifare il processo da capo, per giungere, come correttamente rilevato dal giudice di primo grado, alla definitiva assoluzione di un imputato innocente. Quello dell’omicidio di Chiaravalle è divenuto ormai un vero e proprio leading case giudiziario, che insegna che per giungere ad una sentenza di condanna è necessaria la certezza della colpevolezza”.

Potrebbe essere sentito già lunedì Louis Dassilva, il 35enne senegalese in carcere per l’omicidio di Pierina Paganelli del 3 ottobre del 2023. La Corte di Assise, presieduta dal giudice Fiorella Casadei, ha fissato per il 30 marzo un’udienza aggiuntiva inizialmente non calendarizzata tanto che Dassilva era previsto per il 13 aprile.
Lunedì, quindi, l’udienza si aprirà con l’audizione dell’ultimo teste della parte civili, poi l’imputato Dassilva, difeso dagli avvocati Riario Fabbri e Andrea Guidi renderà esame, poi verrà sentita una teste e il consulente della difesa.
In mattinata i difensori di Dassilva erano in carcere a Rimini per preparare l’esame dell’imputato col proprio assistito. Dassilva, del resto, da quando è stato arrestato il 16 luglio del 2024, dopo che il 25 giugno era stato interrogato la prima volta da indagato alla presenza del difensore e della consulente Roberta Bruzzone. Poi, due giorni dopo l’arresto era stato interrogato come atto di garanzia una seconda volta dal giudice Vinicio Cantarini. Ma in quell’occasione Dassilva si era avvalso della facoltà di non rispondere.
Un nuovo interrogatorio era stato quindi disposto dalla Procura nel settembre del 2024, forse per il convincimento degli inquirenti che l’unico imputato per l’omicidio della pensionata potesse confessare, ma anche in quell’occasione il 35enne aveva preferito il silenzio. Solo poco prima del rinvio a giudizio e dopo che la nuora Manuela Bianchi, con cui Dassilva aveva una relazione, l’aveva di fatto incastrato con una confessione sul giorno del ritrovamento del cadavere, aveva iniziato a comunicare.
Ad un secondo interrogatorio del gip Cantarini, il 17 marzo 2025, Dassilva aveva risposto dicendosi ancora una volta innocente e respingendo le accuse della nuora della vittima. Un mese dopo, in un atto di protesta estrema, aveva iniziato lo sciopero della fame finendo per qualche giorno in ospedale. Nel luglio del 2025, dopo un anno di carcere, Dassilva è stato quindi rinviato a giudizio. Il processo si è aperto lo scorso settembre e lunedì dopo mesi Louis Dassilva avrà un’altra possibilità, forse l’ultima, di dire la sua.

Il caso di Borgo Riccio: Gaston Ogando Cristopher era stato colpito con un coltello, è morto il 5 marzo. Alesandrina Fumagalli è ai domiciliari con braccialetto elettronico
Parma, 28 marzo 2026 – Accusata dell’omicidio del compagno, è stata arrestata Brenda Alesandrina Fumagalli, cubana di 21 anni. Il giovane, Gaston Ogando Cristopher 28enne di origini dominicane, è morto il 5 marzo scorso a Parma. E’ deceduto in ospedale, a seguito di una profonda ferita d’arma da taglio subita il giorno prima.
Disposti i domiciliari con il braccialetto
L’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari con braccialetto elettronico, emessa dal gip su richiesta della Procura, smonta la tesi dell’incidente domestico inizialmente fornita dall’indagata. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, l’episodio sarebbe avvenuto il 4 marzo in un’abitazione di Borgo Riccio. L’indagata, rintracciata stamane in provincia di Milano, resta a disposizione dell’Autorità Giudiziaria in attesa dell’interrogatorio di garanzia.
La ricostruzione e la versione della donna
L’intervento dei Carabinieri, ricostruisce la Procura, era scattato intorno alle 18 del 4 marzo, quando i militari si sono recati in un’abitazione al 31 di Borgo Riccio “a seguito di una segnalazione del 118 per un presunto accoltellamento”. Sul posto, i sanitari stavano prestando le prime cure a Ogando, trovato in gravissime condizioni, mentre Fumagalli si trovava nei pressi dell’ambulanza. Agli operatori del 118, la donna aveva detto: “Stavo cucinando, stavamo scherzando, mi sono girata”, facendo “come il gesto di impugnare il coltello roteando il busto all’indietro” e affermando, in sostanza, di aver accoltellato il compagno “nella porzione sotto ascellare del torace laterale sinistro” per un incidente domestico. Secondo l’indagata, infatti, mentre lei “si trovava in cucina intenta a lavare le stoviglie con un grosso coltello in mano, il compagno le si sarebbe avvicinato alle spalle per ‘sculacciarla’ per gioco, e nel voltarsi di scatto per intimargli di smettere, lei lo avrebbe inavvertitamente colpito, sostenendo che l’uomo si fosse ‘auto-trafitto’ cercando di abbracciarla”. La donna ha sempre mantenuto “la stessa versione dei fatti, senza mai variare alcun particolare”
Gli accertamenti e l’esame autoptico
La 20enne, interrogata, aveva quindi sostenuto di aver colpito l’uomo inavvertitamente mentre si voltava con un coltello in mano per reagire a un gioco del compagno. Gli accertamenti del Ris e l’esame autoptico, però, hanno rivelato una realtà diversa: la traiettoria del fendente, inferto dall’alto verso il basso mentre la vittima era di fronte, e una ferita da “scivolamento” sul palmo dell’indagata — tipica di chi vibra un colpo con estrema potenza — hanno indotto il gip a ritenere l’azione pienamente volontaria. L’indagata “aveva giustificato il taglio sostenendo di essersi ferita raccogliendo il coltello dopo che la vittima se lo era estratto dal corpo”, ma il gip “ha ritenuto questa ricostruzione illogica” affermando invece che la donna “avrebbe impugnato l’arma con una ‘presa a martello’ e, vibrando il colpo con estrema potenza, la mano sarebbe scivolata lungo il manico bagnato, superando il ricasso metallico e tagliandosi”.
Le testimonianze
Inoltre, le indagini tecniche e le testimonianze di conoscenti hanno inoltre delineato un contesto relazionale critico, descrivendo la giovane come una personalità irascibile e possessiva. Le sommarie informazioni rese infatti da dai familiari e dai conoscenti della vittima “hanno delineato un quadro relazionale critico”, con l’indagata che “è stata descritta come una persona dotata di un temperamento forte e irascibile, possessiva e incline a scatti d’ira, durante i quali era solita aggredire verbalmente e fisicamente il compagno”. Il Giudice ha ravvisato il rischio di reiterazione del reato, definendo il gesto come il culmine di una reazione violenta e incontrollata.
Un rischio che “si evince dai dati oggettivi dell’indagine”, da cui emerge che “la personalità aggressiva e pericolosa della donna si riflette in una manifesta incapacità di contenere i propri impulsi violenti”. Di conseguenza, il gip “ha ritenuto sussistente il rischio che l’indagata, emotivamente molto provata per l’accaduto, possa lasciarsi andare a nuovi episodi lesivi
per l’incolumità altrui o propria”, disponendo quindi “la misura degli arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico”.
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2026.3.27 Caso Keu, Gori, Bernini e Deidda prosciolti
Per l’ex capo di gabinetto in Regione, il funzionario dell’ambiente e l’ex sindaca di Santa Croce sull’Arno “il fatto non sussiste”.
VALDERA — Giulia Deidda, ex sindaca di Santa Croce, Edo Bernini, funzionario della direzione ambiente della Regione Toscanae Ledo Gori, ex assessore di Pontedera e poi capo di gabinetto di Enrico Rossi negli anni in cui era presidente della Regione Toscana sono stati prosciolti perchè il fatto non sussiste, in riferimento all’intricata indagine sul Keu.
Entrambi erano tra le persone indagate insieme al consigliere regionale del Pd, Andrea Pieroni, rinviato invece a giudizio insieme ad altre dodici persone, gli ex vertici dell’associazione conciatori e altri personaggi della concia che ruota attorno al depuratore Aquarno, nell’indagine per smaltimento illecito di rifiuti della procura di Firenze, iniziata nell’Aprile 2021, dove tutto ruotava attorno al materiale derivante dalla depurazione delle acque provenienti dalle concerie, il Keu appunto.
Tra i primi commenti ad arrivare proprio quello di Rossi. “Il mio capo di gabinetto, Ledo Gori, non è stato neppure rinviato a giudizio per le accuse che gli erano state rivolte dalla Procura di Firenze. Vent’anni insieme al lavoro, in Regione Toscana, senza neanche un’ombra. Anche un altro mio collaboratore di primo piano, Edo Bernini, non è stato rinviato a giudizio. Tutto questo è avvenuto – ha scritto sui social – senza la separazione delle carriere. Peccato che si sia dovuto aspettare quasi sei anni e peccato che queste valide e oneste persone siano state massacrate sulla stampa e da certi esponenti dell’opposizione”.
Felice della notizia che chiude una parentesi complessa e difficile, anche l’assessora regionale Alessandra Nardini: “Giulia è un’amica e una compagna di tante battaglie. L’ho conosciuta fin dagli inizi del mio percorso come una dirigente politica seria e appassionata e come sindaca di Santa Croce sull’Arno, legata profondamente alla sua comunità. Dopo anni durissimi oggi è stata prosciolta perché il fatto non sussiste. Conoscendola – ha detto Nardini – ho creduto nella sua innocenza da subito, come ho sempre avuto fiducia nella magistratura. Sono felice di questa notizia e le mando un abbraccio fortissimo. Così come sono felice che sia stato prosciolto per le stesse ragioni anche Ledo Gori, anche lui un compagno, di cui nessuno può dimenticare l’impegno in Regione, dove è stato un punto di riferimento preziosissimo per tante e tanti, apprezzato da amministratrici e amministratori. Anche a lui va il mio pensiero affettuoso e anche per lui valgono le parole spese per Giulia: non ho mai avuto dubbi. Anni che nessuno cancellerà, anni di affetto, fiducia, ma anche di silenzi e spalle voltate che hanno fatto male. Oggi per loro, e per le loro famiglie, sono immensamente felice e sono felice anche per la nostra comunità politica. Rinnovando la piena fiducia nella magistratura e confidando che venga fatta piena chiarezza, l’augurio è che anche le altre persone che invece andranno processo, alcune delle quali a me care, possano presto chiarire positivamente e definitivamente la loro posizione e lasciarsi alle spalle questa vicenda”.

Arringa finale per la morte di Auriane Laisne, la sua ex fidanzata francese di 22 anni, trovata il 5 aprile del 2024 in una chiesetta abbandonata a La Salle.
“Mi dispiace per la morte di Auriane, partecipo al dolore dei genitori ma non sono stato io ad ucciderla”. Sono state queste le dichiarazioni spontanee di Sohaib Teima, il 24enne di Fermo accusato dell’omicidio di Auriane Laisne, la ex fidanzata francese di 22 anni, trovata morta il 5 aprile del 2024 all’interno dei ruderi della chiesetta di Equilivaz, sopra a La Salle, in Valdosta. E’ ricominciato ieri il processo davanti alla Corte d’Assise e, dopo le parole dell’imputato, è stata la volta dell’arringa difensiva, degli avvocati Lucia Lupi e Luca Calabrò, che hanno chiesto l’assoluzione: “Il nostro assistito è innocente e va assolto”.
Una richiesta in netta contrapposizione con il pm Manlio D’Ambrosi che invece, nel corso della precedente udienza, ha chiesto l’ergastolo per omicidio premeditato. “Siamo di fronte ad un procedimento assolutamente indiziario – ha dichiarato all’uscita dall’aula l’avvocato Lupi – in cui non solo non c’è certezza dell’ora della morte della ragazza, ma neanche del giorno. Si tratta solo di una deduzione e il pm lo deduce dal fatto che il nostro assistito ha lasciato la Val d’Aosta il 27 marzo”. L’avvocato Lupi ha poi puntato il dito contro le indagini fatte dagli inquirenti: “Non hanno fatto un’indagine completa sul Dna ed hanno esaminato solo alcuni reperti. E poi non hanno mai battuto ulteriori piste in quanto, fin dal ritrovamento del cadavere, hanno considerato Teima l’unico colpevole. Per non parlare della presunta premeditazione: non ci sono prove ma è solo una libera interpretazione soggettiva della pubblica accusa. In aula abbiamo anche contestato le risultanze della perizia psichiatrica fatta frettolosamente in tre sedute. Una perizia in cui sono emersi vizi di mente dell’imputato, ma che non sono mai stati approfonditi. Io mi chiedo se si potrà condannare una persona oltre ogni ragionevole dubbio solo con degli indizi”.
Al contrario, secondo il pm D’Ambrosio, il giovane fermano si è reso protagonista di un omicidio premeditato in ogni dettaglio: “E’ emerso senza ombra di dubbio che si è trattato di un femminicidio. La vittima è prima stata stordita da una quantità sproporzionata di tranquillante, che non le ha permesso di riuscire a difendersi. Lei ha provato ad allontanare il suo aggressore, e lo dicono le ferite lievi alla mano poi senza più forze, Teima l’ha colpita al collo con un’arma da taglio. La ragazza è poi morta per asfissia, soffocata dal proprio sangue”. Il processo è stato aggiornato all’8 aprile, quando è prevista la sentenza.
2026.3.26 Uccise i genitori per un debito di 12mila euro. Luca Ricci condannato a trent’anni di carcere
Il giudice ha escluso le aggravanti della premeditazione e della crudeltà, ma ha riconosciuto i futili motivi e il legame di parentela
di Antonella Marchionni
Niente ergastolo per l’uomo che ha ucciso padre e madre: Luca Ricci è stato condannato a 30 anni di carcere. È quanto ha deciso la Corte d’Assise di Pesaro ieri mattina dopo tre ore e mezzo di camera di consiglio. Luca Ricci, 50 anni, è stato riconosciuto colpevole del duplice omicidio di Luisa Marconi (70 anni) e Giuseppe Ricci (75 anni), il 24 giugno 2024. I giudici hanno escluso le aggravanti della premeditazione e della crudeltà, riconoscendo le attenuanti generiche. Restano le aggravanti dei futili motivi e del vincolo di parentela. Una decisione che cambia in modo significativo il quadro rispetto alla richiesta della Procura, che aveva sollecitato l’ergastolo con sei mesi di isolamento diurno. La Corte ha ritenuto che non vi fossero elementi sufficienti per configurare un delitto pianificato o caratterizzato da particolare efferatezza, pur confermando la piena responsabilità dell’imputato.
I giudici hanno inoltre disposto che, espiata la pena, Ricci sia sottoposto alla libertà vigilata per tre anni. Contestualmente, la Corte ha ordinato la restituzione dei beni sequestrati: via libera quindi all’immediata restituzione dei due appartamenti, dell’auto dell’imputato, del telefono cellulare, del computer e dello smartwatch. In mattinata si sono svolte le controrepliche. La pm Maria Letizia Fucci ha ribadito la richiesta di ergastolo, sostenendo la presenza di tutte le aggravanti e indicando nel movente economico il cuore della vicenda: la necessità di reperire 12mila euro entro il 24 giugno 2024 per evitare lo sfratto dei genitori dalla casa finita all’asta per i debiti del figlio.
Dall’altra parte la difesa, rappresentata dagli avvocati Alfredo Torsani e Luca Gregori: “La difesa non cerca giustificazioni a un atto ingiustificabile”, hanno sostenuto. Dopo la sentenza, il commento dei legali non ha nascosto soddisfazione. “La Corte ha aderito a gran parte della nostra ricostruzione dei fatti – ha detto l’avvocato Alfredo Torsani -, escludendo le aggravanti che ritenevamo non sussistenti. Con la concessione delle attenuanti generiche si è arrivati a una pena proporzionata ed equilibrata. La nostra era una difesa tecnica, non avevamo prospettive assolutorie. La giustizia non deve avere un effetto di vendetta ma portare a una pena giusta, e riteniamo che oggi sia stata raggiunta”.
“In questo tipo di procedimento non si può parlare di vittoria – commenta l’avvocato Luca Gregori -, nel rispetto della sorella e di tutte le persone coinvolte. Ora leggeremo le motivazioni, depositate entro 90 giorni, poi faremo le nostre valutazioni”. Sull’eventuale appello, il legale non si sbilancia: “Come sempre ci atteniamo agli atti processuali. Prima le motivazioni, poi ne parleremo con l’assistito”. Nessuna reazione, invece, da parte dell’imputato. “Luca Ricci non ha reso dichiarazioni, coerente con l’atteggiamento tenuto per tutto il processo”.
2026.3.26 Omicidio di Valbrembo. Rischiano l’ergastolo i due ragazzi imputati
La vittima fu massacrata in casa sua, secondo l’accusa volevano derubarla. Un accusato sostiene che si sia trattata di una ripicca per vendicare la sua ragazza. .
Il pubblico ministero Letizia Ruggeri, al termine della sua requisitoria, ha chiesto la condanna all’ergastolo di Carmine De Simone Dicecca, 26 anni, e di Mario Vetere, 25 anni, a processo davanti alla Corte d’Assise di Bergamo per l’omicidio di Luciano Muttoni, il 57enne pestato a sangue nel suo appartamento di Valbrembo la sera del 7 marzo 2025. Il pm ha invocato anche 9 mesi di isolamento diurno per De Simone, tre mesi in meno per Vetere, visto il suo ruolo relativamente più lieve nell’aggressione fisica alla vittima. Entrambi sono accusati di omicidio volontario aggravato dal nesso con la rapina che misero a segno quella sera, attorno alle 21, e dalla minorata difesa. In aula Vetere si è scusato con i familiari di Muttoni. Le scuse sono arrivate anche da De Simone (“Mi sogno tutte le notti quella persona, non dormo più”). De Simone, considerato il maggior responsabile del pestaggio mortale, ha spiegato in aula che non voleva compiere una rapina. “volevo vendicarmi di Muttoni per quello che mi aveva detto la mia fidanzata”. Secondo il ragazzo, la giovane gli aveva riferito che Muttoni, dcal quale dormirono due notti prima del delitt percè per arrotondare lo stipendio affittava il suo appartamento, aveva tentato di entrare in bagno mentre lei si stava facendo la doccia.
“Erano due giorni che prendevo cocaina. Ho avuto una reazione d’impulso e sono andato a pestarlo, ma non volevo ucciderlo. La situazione è sfuggita di mano quando eravamo in casa”. I due complici la notte dell’omicidio si presentarono a casa di Muttoni con un coltello e una scacciacani, che De Simone usò per colpire con violenza la vittima in testa. Lasciarono il 57enne in un lago di sangue e se ne andarono con 50 euro, quattro tessere del bancomat e l’auto dell’uomo. Prossima udienza il 7 aprile: parleranno le difese degli imputati. Sentenza prevista il 20 aprile. M.A.
2026.3.26 Italy seizes millions in assets allegedly stolen from Bond star Ursula Andress
AP — Italian authorities have impounded 20 million euros ($23 million) worth of property, artworks and financial assets in and around Florence that were allegedly purchased with money stolen from original Bond girl Ursula Andress, Italy’s financial police said in a statement on Thursday.
The seizures were the result of an investigation launched after Andress reported to Swiss authorities that she had been swindled out of assets by financial advisers.
The 90-year-old former Bond girl told Swiss newspaper Blick in January that she had been defrauded out of 18 million Swiss francs, approximately 20 million euros, by her long-time financial adviser over an eight-year period. The newspaper said the adviser had died in the meantime.
“I am still in shock,’’ Andress was quoted as saying. “I was deliberately chosen as a victim. For eight years, I was courted and wooed. They lied to me shamelessly and exploited my goodwill in a perfidious, indeed criminal, way in order to take everything from me. They took advantage of my age.’’
The stolen funds were invested in foreign companies, used to buy assets and then channeled through transactions designed to conceal their source, Italian authorities said.
They were traced to the purchase of 11 real estate properties, 14 plots of land cultivated as vineyards and olive groves, along with artworks and financial assets in Florence and the neighboring Tuscan countryside.
Authorities did not say if any arrests were made.
Swiss-born Andress is best known as the first Bond girl, Honey Ryder, in 1962’s “Dr. No,” which featured her memorable entrance emerging from the sea in a white bikini. She went on to work with Elvis Presley in “Fun in Acapulco” and Frank Sinatra and Dean Martin in “Four for Texas.” She later transitioned to a European cinema and television career, before retiring in the early 2000s.

La Corte d’assise di Catanzaro assolve Salvatore Giglio per l’omicidio risalente al 2000. I difensori: «prove insufficienti, dimostrata l’estraneità ai fatti»
CATANZARO – La Corte d’assise di Catanzaro ha assolto Salvatore Giglio, accusato di essere il mandante dell’omicidio di Giuseppe Castiglione. Un delitto avvenuto oltre vent’anni fa a Strongoli, nel Crotonese. La decisione è arrivata al termine di un lungo processo che ha riesaminato i fatti risalenti al 29 gennaio 2000.
Omicidio Castiglione, Giglio assolto
La vicenda giudiziaria aveva avuto una svolta con l’operazione del 30 agosto 2023, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. A distanza di oltre due decenni dall’omicidio, erano state arrestate tre persone ritenute responsabili del delitto, maturato nell’ambito di una faida interna alla cosca. Secondo l’impostazione accusatoria, Salvatore Giglio avrebbe avuto il ruolo di mandante, mentre altri soggetti avrebbero eseguito materialmente l’agguato.
La ricostruzione ipotizzava che la vittima fosse stata attirata in una trappola, uccisa con un colpo di pistola e successivamente occultata. Le indagini si basavano in larga parte sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia.
Due anni di processo
Il dibattimento si è protratto per quasi due anni ed è stato caratterizzato da un serrato confronto tra accusa e difesa, con l’analisi approfondita degli elementi raccolti nel corso delle indagini. Al termine del processo, tuttavia, la Corte ha escluso la responsabilità dell’imputato, pronunciando una sentenza di assoluzione.
Soddisfazione è stata espressa dai difensori di fiducia, gli avvocati Giuseppe Bruno e Luca Cianferoni, che hanno dichiarato: «il compendio probatorio si è rivelato insufficiente a sostenere l’impianto accusatorio, consentendo di dimostrare in modo chiaro l’estraneità ai fatti del proprio assistito». A seguito della sentenza, Salvatore Giglio è stato scarcerato. Resta tuttavia da espiare un residuo di pena relativo a un’altra condanna definitiva.
2026.3.23 Napoli, era ubriaco il 34enne che ha travolto e ucciso due donne: arrestato per omicidio stradale
Si fanno serrate le indagini sul gravissimo incidente stradale che ha macchiato di sanguecorso Garibaldi a Napoli. Sono le 19,15 del 22 marzo, quando all’altezza di Porta Nolana, un34enne ha tamponato un’auto causando l’investimentoe lamorte di due donne che attraversavano la strada. Un’immagine drammatica, con i due corpi delle vittime in prossimità delle strisce pedonali, ormai sbiadite. Arrestato per omicidio stradale, l’uomo alla guida di una Mercedes è stato sottoposto immediatamente agli accertamenti urgenti per la verifica del tasso alcolemico.
Test che hanno fornito un esito positivo. E così, informato il Pubblico ministero di turno presso la Procura, il 34enne è stato arrestato con l’applicazione della misura della detenzione domiciliare. Gli agenti hanno inoltre proceduto al ritiro dellapatente e al sequestro del veicolo, risultato essere un’auto a noleggio.
Dalle ultime ricostruzioni della vicenda, su accertamenti degli uomini dell’Unità Operativa San Lorenzo e dell’Infortunistica Stradale della Polizia Locale, le due donne amiche di nazionalità ucrainastavano attraversandoCorso Garibaldi per dirigersi verso via San Cosmo Fuori Porta Nolana. Una volta giunte al centro della carreggiata, sono statetravolte con estrema violenza.
E così, purtroppo, a causa del violentissimo impatto, il conducente ha perso il controllo della vettura, terminando la propria corsa contro tre veicoli regolarmente in sosta sul lato destro della strada. Un dramma senza precedenti, che ha visto apparire le condizioni riportate dalle due cittadine ucraine subito disperate. Da quanto reso noto, infatti,una delle due donne è deceduta sul colpoa causa della gravità dell’impatto, la seconda invece era riuscita a raggiungere l’Ospedale del Mare trasportata d’urgenza dagli operatori sanitari intervenuti,ma i tentativi dei medici di salvarle la vita si sono rivelati del tutto vani. Il decesso è avvenuto circa due ore dopo il ricovero.
Ora, quindi, sul luogo della tragedia sono ancora in corso le indagini per mano del personale della Plizia Locale che sta portando a compimento i rilievi tecnici,ascoltando i testimonipresenti al momento del fatto nonché procedendo con l’acquisizione delle immagini delle telecamere di videosorveglianzadella zona per ricostruire l’esatta dinamica del sinistro.
2026.3.22 Omicidio di Giuseppe Gaetani, quattro indagati rischiano il processo: ecco chi sono
La Dda di Catanzaro ha chiuso l’inchiesta su Pasquale Forastefano, Nicola Abbruzzese “Semiasse”, Domenico Massa e Gianluca Maestri. Stralciate altre due posizioni
La Dda di Catanzaro ha chiuso le indagini sull’omicidio di Giuseppe Gaetani, ucciso nella Piana di Sibari la sera del 2 dicembre 2020 nei pressi della sua abitazione. L’avviso di conclusione delle indagini, firmato dal pubblico ministero antimafia Alessandro Riello, è l’ultimo passaggio prima delle determinazioni sulla richiesta di rinvio a giudizio.
Gaetani – viene ricordato – era ritenuto vicino a Leonardo Portoraro, boss di Villapiana assassinato in un agguato di mafia nel giugno 2018.
I quattro indagati che rischiano il processo
Rischiano di affrontare il processo quattro indagati: Pasquale Forastefano, indicato come presunto “reggente” dell’omonima cosca cassanese; Nicola Abbruzzese, alias “Semiasse”, indicato come esponente del clan degli “zingari” di Cassano all’Ionio; Domenico Massa, di recente sottoposto al 41 bis; e Gianluca Maestri, collaboratore di giustizia, indicato come reo confesso del delitto di stampo mafioso.
Sono state invece stralciate e messe in stand-by le posizioni di Maurizio Massa e Gianfranco Arcidiacono. Su Arcidiacono, viene richiamato, il Riesame aveva già espresso parere negativo rispetto all’applicazione della misura cautelare. La difesa, rappresentata dall’avvocato Enzo Belvedere, ha accolto con soddisfazione questa decisione che non va in contrasto con quanto stabilito in precedenza dal gip e dal Tdl.
La ricostruzione della Dda: una strategia congiunta tra Forastefano e Abbruzzese
L’omicidio Gaetani, per la Procura distrettuale, si inserisce in un quadro più ampio di strategie e assetti criminali sulla Sibaritide. Secondo l’impostazione accusatoria, il delitto sarebbe frutto di una scelta condivisa delle cosche Forastefano e Abbruzzese, ritenute intenzionate a riaffermare l’egemonia sulla Piana di Sibari.
Nella fase cautelare – ricostruita in un’ordinanza che la stessa accusa definisce tra le più rilevanti emesse negli ultimi anni a Catanzaro – agli indagati veniva attribuito, a vario titolo, un ruolo nella pianificazione e nell’esecuzione dell’agguato, ciascuno con compiti distinti, fino al coinvolgimento del collaboratore Gianluca Maestri, indicato come uno degli autori materiali dell’assassinio mafioso.
Il contesto: trent’anni di faide, riassetti e nuove alleanze
Il quadro delineato dagli inquirenti, anche negli atti precedenti, ripercorre la storia delle cosche nella Sibaritide per spiegare l’omicidio. Viene richiamata la fase degli anni ’80, poi le fratture interne e le faide che avrebbero ridisegnato la geografia criminale tra Corigliano, Cassano e l’area di Lauropoli.
Nel “racconto” investigativo, un passaggio chiave è l’ascesa degli Abbruzzese, noti come “zingari”, radicati a Lauropoli, e la successiva fase di indebolimento segnata da omicidi eccellenti e da operazioni antimafia come “Sybaris” e “Lauro”. In parallelo, viene ricostruita la crescita del gruppo Forastefano, indicato come capace di consolidare nel tempo un controllo su traffici e attività illecite, con richiami a indagini come “Omnia”, “Omnia 2” e “Timpone Rosso”.
L’elemento decisivo, nella prospettiva della Dda di Catanzaro, è il passaggio dalla rivalità alla collaborazione: le inchieste più recenti, tra cui “Kossa” e “Athena”, sono state indicate come riscontro dell’esistenza di un’alleanza tra Abbruzzese e Forastefano, ritenuta già operativa quando sarebbe maturata la decisione di eliminare Gaetani. Un delitto che, secondo l’accusa, sarebbe stato premeditato e funzionale a rafforzare l’equilibrio tra due delle consorterie più forti della Sibaritide.
2026.3.21 «Sono stato io»: lite fuori dal locale per una ragazza, uccide il rivale con 4 colpi di pistola e poi confessa l’omicidio. Chi è il killer
Si è costituito spontaneamente alla polizia un uomo di 35 anni di origine albanese, ritenuto responsabile dell’omicidio di Gjergj Pergegaj
«Sono stato io». Si è costituito spontaneamente alla polizia un uomo di 35 anni di origine albanese, ritenuto responsabile dell’omicidio di Gjergj Pergegaj, il connazionale di 30 anni ucciso nella notte tra venerdì e sabato nei pressi della rotatoria di Olmo, all’inizio di via Romana, alle porte di Arezzo.
L’omicidio
Dopo aver esploso i colpi di pistola che hanno tolto la vita alla vittima, l’uomo si era allontanato a bordo della propria auto, ma due ore più tardi è stato rintracciato nei dintorni della frazione aretina di Rigutino mentre contattava il numero di emergenza 112 per confessare l’accaduto e indicare la propria posizione.
L’autore del delitto, residente a Rigutino, non ha opposto resistenza all’arresto. Trasportato in Questura, è stato ascoltato dagli investigatori della Squadra mobile di Arezzo, guidata dal dottor Davide Comito. Le sue dichiarazioni, attualmente al vaglio degli inquirenti, hanno permesso di ricostruire alcuni dettagli della vicenda. La pistola utilizzata, una Glock, è stata sequestrata: era detenuta illegalmente e risulta rubata da un’abitazione circa un anno fa.
La vittima
La vittima, Gjergj Pergegaj, era nata a Lezhe in Albania e risiedeva nella frazione aretina di Frassineto. Avrebbe compiuto 30 anni il prossimo 19 aprile. Secondo le prime ricostruzioni, i due uomini si conoscevano da tempo e tra loro sarebbe nata una discussione degenerata in tragedia. Gli inquirenti non escludono motivazioni legate a rivalità sentimentali, ma precisano che ogni dettaglio deve ancora essere verificato.
Ucciso con quattro colpi di pistola
L’omicidio è avvenuto nella tarda serata di venerdì, intorno alla mezzanotte, in un piazzale frequentato della zona, vicino a un locale, a diverse attività commerciali e ad altre costruzioni. Secondo i testimoni, l’aggressione è stata improvvisa: quattro colpi di pistola hanno raggiunto Pergegaj, che è stato trovato riverso in una pozza di sangue.
I soccorsi del personale medico, giunto tempestivamente sul posto, sono stati purtroppo vani. La Squadra mobile, immediatamente intervenuta sul luogo del delitto, ha eseguito rilievi e acquisito testimonianze, isolando l’area circostante.
La confessione
L’arresto dell’autore è avvenuto nei pressi di Rigutino, dove l’uomo si trovava all’interno della propria auto mentre stava contattando il 112. Gli investigatori sottolineano che il fermato ha mostrato un atteggiamento collaborativo, fornendo una prima ricostruzione dell’accaduto. La salma della vittima è stata trasferita all’obitorio dell’ospedale San Donato, dove rimarrà a disposizione dell’autorità giudiziaria per gli accertamenti medico-legali. L’indagine, coordinata dal pubblico ministero Emanuela Greco, punta a chiarire la natura dell’incontro tra le due persone, se programmato o casuale, e a stabilire se l’omicidio sia stato premeditato o frutto di una lite improvvisa.
2026.3.18 BOLOGNA: Omicidio capotreno, processo a Mario Jelenic al via il 13 maggio
Comincerà il 13 maggio, in Corte d’Assise a Bologna, il processo per l’omicidio di Alessandro Ambrosio, il capotreno 34enne accoltellato a morte alla schiena la sera del 5 gennaio, nel parcheggio del piazzale ovest della stazione di Bologna. Unico imputato Marin Jelenic, croato 36enne senza fissa dimora, arrestato la sera dell’Epifania a Desenzano del Garda (Brescia) e da allora in carcere. A carico dello straniero c’era un ordine di allontanamento dall’Italia.
La Procura, pm Michele Martorelli, che ha coordinato le indagini della squadra Mobile, contesta a Jelenic le aggravanti dei motivi abietti e di aver commesso il fatto vicino ad una stazione ferroviaria. Nei confronti di Jelenic è stato disposto il giudizio immediato, un procedimento speciale che si attiva quando si ritiene che le prove siano evidenti e consente di saltare l’udienza preliminare. Un delitto fin qui rimasto senza movente: dalle indagini non sono emersi momenti di contatto precedente tra i due. Jelenic, che si è avvalso della facoltà di non rispondere nei due interrogatori fin qui fissati, è accusato dal sangue della vittima trovato su una delle sue scarpe, sulla lama del coltello e sulla fodera, mentre sull’impugnatura dell’arma sono emerse tracce di dna dell’indagato. Le immagini delle telecamere della stazione hanno ripreso il croato mentre seguiva il capotreno e poi mentre si allontanava: manca solo il fotogramma dell’accoltellamento, durato pochi secondi.
Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, ha fatto sapere che il Comune Bologna ha chiesto di costituirsi parte civile nel processo.
2026.3.9 Decreto Flussi, truffa sui migranti: la Cgil denuncia «Migliaia di vittime a Napoli, serve regolarizzazione»
L’arresto di un dipendente dell’Ispettorato del Lavoro riaccende i riflettori su un sistema criminale fatto di documenti falsi, finte assunzioni e permessi di soggiorno negati. Il sindacato: «Lo denunciamo da mesi, ora basta»
L’arresto di un funzionario dell’Ispettorato del Lavoro di Napoli ha riportato al centro del dibattito pubblico una piaga che la Cgil Napoli e Campania denuncia da tempo: le truffe sistematiche ai danni dei lavoratori migranti che entrano in Italia attraverso il Decreto Flussi. Secondo le indagini della magistratura, il dipendente pubblico era a capo di un’organizzazione dedita al rilascio di false documentazioni a immigrati residenti nel Napoletano.
Una rete criminale tra pubblico e privato
Il meccanismo fraudolento, stando a quanto emerso dalle indagini, coinvolgeva una rete ramificata di complici: datori di lavoro compiacenti, sedicenti professionisti, Caf e dipendenti pubblici.
Insieme orchestravano finte assunzioni che consentivano ai cittadini stranieri di ottenere il nulla osta per entrare regolarmente in Italia. Una volta nel paese, però, il lavoro promesso non esisteva — e senza contratto non c’è permesso di soggiorno. Il risultato: migliaia di persone intrappolate in una zona grigia di irregolarità forzata, vittime e non responsabili della propria condizione.
«Migliaia di persone truffate, chiediamo un tavolo istituzionale»
«Sono mesi che denunciamo questa grave situazione — scrive la Cgil in una nota —. Sono migliaia a Napoli e provincia i cittadini che hanno subito questo torto». Il sindacato riferisce di aver già avuto diversi incontri con la Prefettura di Napoli, chiedendo l’istituzione di un tavolo inter-istituzionale capace di fare luce sull’intera vicenda e individuare soluzioni concrete. Una richiesta che, alla luce degli arresti, appare oggi ancora più urgente.
Il nodo del «click day» e la richiesta di regolarizzazione
La Cgil non si limita a condannare il sistema criminale, ma punta il dito anche contro le storture strutturali del Decreto Flussi, a partire dal cosiddetto click day — il meccanismo a domanda cronometrata che favorisce chi ha mezzi e connessioni, aprendo di fatto la porta alle intermediazioni illegali.
«Vanno bene indagini ed arresti — sottolinea il sindacato —, ma non possiamo dimenticare le vittime di questa storia».
La richiesta è chiara: trovare una forma di regolarizzazione per chi, senza alcuna colpa, si è ritrovato senza lavoro e senza documenti a causa di un sistema che definiscono «balordo».
2026.3.9 Omicidio di Jlenia Musella: il fratello assassino avrebbe impugnato il coltello, non l’avrebbe lanciato
Lo suggeriscono gli accertamenti della Procura di Napoli. La giovane 22enne è stata uccisa il 3 febbraio
Giuseppe Musella non avrebbe lanciato il coltello contro la sorella Jlenia, uccidendola. Piuttosto, per gli accertamenti della Procura di Napoli, il 28enne teneva la lama saldamente in mano quando ha inferto la profonda ferita alla schiena alla ragazza che si è rivelata fatale. Il dettaglio non è secondario perché potrebbe riscrivere in parte il delitto del 3 febbraio a Napoli.
Le indagini
Le indagini sull’omicidio di Jlenia Musella, 22 anni, non sono ancora chiuse. Gli inquirenti hanno voluto svolgere ulteriori accertamenti prima di andare a processo. Le verifiche svolte, si è appreso, spingerebbero i pm a seguire l’ipotesi già formulata nelle primissime fasi dell’indagine: quella del coltello impugnato dal reo confesso e non lanciato. Una pista che era stata ripresa anche dal Gip nell’ordinanza con la quale aveva disposto la custodia cautelare in carcere per Giuseppe.
La confessione
Il 28enne, infatti, aveva confessato di aver ucciso la sorella in seguito a una lite. I due fratelli avrebbero litigato perché il cagnolino di lui aveva fatto la pipì sul pavimento di casa e Jlenia gli avrebbe dato un calcio facendo andare Giuseppe su tutte le furie. Poi un’altra discussione, pare per l’alto volume della voce di Jlenia durante una conversazione telefonica che impediva al fratello di riposare. Così lui le avrebbe lanciato un coltello: Jlenia sarebbe riuscita solo a fare qualche passo e uscire di casa prima di stramazzare al suolo.
2026.3.1 Omicidio di Firenze. Arrestato un viareggino. Era lui il debitore in un giro di droga
Antonio Corvino, 31 anni, da tempo aveva lasciato la sua città d’origine. Una gioventù tra Carnevale e una breve esperienza nel volontariato. Deve rispondere dell’uccisione a coltellate di un palermitano.
Un credito non riscosso (di circa 2.000 euro) per una partita di droga sarebbe alla base della rissa con coltelli avvenuta la notte scorsa a Firenze, terminata con l’uccisione di un giovane. Un episodio di sangue che ha visto tre persone arrestate per rissa aggravata, lesioni aggravate e omicidio, tra cui il viareggino Antonio Corvino, 31 anni che è stato, tra l’altro, il personaggio ’chiave’ della vicenda: lui avrebbe avuto infatti un debito di droga, tanto da indurre Gabriele Citrano, 33 anni di Palermo ma abitante a Pisa (poi rimasto ucciso a coltellate) e Giacomo Mancini, 52 anni, della provincia di Lucca, ad andare ad incontrarlo nella zona di Rifredi per una sorta di spedizione punitiva. Tutto è cominciato con un appuntamento, alle due di notte, alla stazione di Rifredi. Citrano con il compagno Mancini, giunti da Pisa a bordo della Opel del primo (assieme ad altre persone che però sarebbero rimaste in disparte), avrebbero avuto un conto in sospeso con Corvino, ovvero la droga non pagata per circa duemila euro. Il sospetto dei carabinieri del reparto operativo, guidati dal tenente colonnello Angelo Murgia, è che tutti i protagonisti fossero già alterati dal consumo forse della potentissima “Pv“, sostanza che sta prendendo sempre più campo dove si pratica il “chem sex“, sesso sotto l’effetto di sostanze.
Il viareggino Corvino si sarebbe presentato all’appuntamento ma senza il denaro e i due pisani avrebbero tirato fuori una mazza da baseball per colpirlo: lui allora sarebbe fuggito rientrando nell’appartamento dove, fino a poco prima, avrebbe consumato droga in compagnia di altri uomini (i carabinieri hanno infatti trovato chiare tracce del festino). Però anche Citrano e Mancini sono riusciti a entrare in quel bilocale al pian terreno, tra paura e fuggi fuggi. Resta Gabriele Atzeni, fiorentino 34enne. Quattro persone che si affrontano mentre spuntano anche un paio di coltelli da cucina. La peggio tocca a Gabriele Citrano, trafitto per sette-otto volte all’addome e ucciso in una mattanza sconvolgente.
Quando nell’appartamento arrivano gli uomini del Radiomobile – allertati da un 40enne rumeno che era riuscito a scappare prima che la lite degenerasse – l’immagine è agghiacciante. “I carabinieri si sono trovati di fronte a una scena raccapricciante e sono riusciti a scongiurare un bilancio più grave, perché i quattro si stavano ancora fronteggiando” ha detto il tenente colonnello Angelo Murgia, comandante del Nucleo operativo di Firenze. Chi impugnava il coltello? Saranno le consulenze genetiche disposte dalla procura a stabilirlo. Manette per Corvini, Mancini e Atzeni: domani, sono fissati gli interrogatori dei tre arrestati, martedì è in calendario l’affidamento dell’autopsia sul cadavere di Citrano.
La notizia è rimbalzata anche a Viareggio dove Antonio Corvino era molto conosciuto: cresciuto al Varignano, solo negli ultimi anni aveva di fatto trasferito la sua vita a Firenze, tanto da risultare “senza fissa dimora”. Una gioventù di normalità, raccontata dal suo profilo Facebook, tra serate in maschera a Carnevale con gli amici e anche una breve parentesi di 3-4 mesi una decina di anni fa come volontario di un’associazione. Lavoretti saltuari e una compagnia di frequentazioni ormai consolidata, anche con personaggi noti di Viareggio. Poi quella frattura dalla famiglia e dalla sua routine. Il vortice della droga e le frequentazioni che l’hanno portato a virare in un’altra direzione. Tanto da spezzare ogni contatto con la sua città di origine.
2026.2.17 Festa con champagne dopo l’agguato al delfino del boss: 4 arresti a 15 anni dall’omicidio Campana
Decisivi due pentiti “di peso”: il delitto pianificato in cella a Secondigliano per colpire Gaetano Beneduce. Presi presunti mandanti, killer e basisti

Pozzuoli – Quindici anni dopo, il cerchio si chiude su un omicidio di camorra rimasto a lungo senza colpevoli in carcere: quello di Carmine Campana, uomo considerato all’epoca il “pupillo” e cassiere del clan Beneduce, oltre che gestore delle estorsioni.
Un bersaglio scelto non per caso, ma per colpire al cuore il boss di Pozzuoli Gaetano Beneduce: eliminare la persona più vicina a lui.
La svolta è arrivata con le dichiarazioni convergenti di due collaboratori di giustizia, ritenuti centrali nella ricostruzione, e con una serie di riscontri investigativi. I carabinieri della compagnia di Pozzuoli hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di quattro persone: il provvedimento è stato emesso dal gip Antonino Santoro su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.
Gli arrestati sono Ferdinando Aulitto, 59 anni, detto “capellone”; Salvatore Cianciulli, 39 anni, alias “masaniello”; Mario Pagliuca, 46 anni, detto “marittiello”, fratello del pentito Procolo; e Leonardo Tortorella, 55 anni, cognato di Mario.
Aulitto e Cianciulli risultano già detenuti per altri reati di camorra; Pagliuca e Tortorella sono stati bloccati all’alba.
Nella stessa indagine compaiono anche Procolo Pagliuca e Gennaro Alfano, indicati come mandante ed esecutore reo confessi: per loro non è stata emessa misura cautelare proprio perché collaboratori di giustizia.
La faida e la scelta del bersaglio: “colpire il boss attraverso il suo uomo chiave”
Per inquadrare il delitto bisogna tornare agli anni della faida che, tra il 2007 e il 2010, insanguinò l’area flegrea e le zone limitrofe. Da una parte i Beneduce, dall’altra i Longobardi, con il sostegno del gruppo Pagliuca-Sarno. Una guerra di potere e controllo sul territorio, sulle estorsioni e sul traffico di droga, che lasciò una scia di vittime.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’omicidio Campana nasce dentro questa frattura.
La decisione sarebbe maturata nel carcere di Secondigliano: una pianificazione “da cella”, in pochi metri quadrati, dove si sarebbe discusso di tutto, perfino dell’arma da impiegare.
Nel racconto confluito agli atti, una pistola sarebbe stata persino “donata” da un veterano del clan come parte di un rituale di affiliazione: un passaggio che segna l’ambizione di Procolo Pagliuca, ras del Rione Toiano, pronto — secondo l’impianto accusatorio — a rompere vecchi equilibri e a costruire una propria autonomia.
L’obiettivo, per gli inquirenti, era duplice: vendetta di faida e conquista di spazio criminale. Pagliuca, con l’appoggio di Aulitto (che all’epoca risulterebbe affiliato ai Beneduce), avrebbe puntato a prendere in mano le leve principali del potere sul territorio: spaccio ed estorsioni ai commercianti di Pozzuoli.
L’agguato del 15 maggio 2010: nove colpi nel parcheggio della caffetteria
La mattina del 15 maggio 2010, a Licola, la spedizione di morte entra nella fase esecutiva.
Campana viene raggiunto all’interno del parcheggio di una caffetteria nei pressi dello svincolo della SS7 Quater. È in auto, una Smart For Two.
A sparare — secondo quanto ricostruito — sarebbe stato Salvatore Cianciulli, in sella a una Yamaha T-Max guidata da Gennaro Alfano. I due, con il volto coperto da caschi integrali, si sarebbero avvicinati alla vettura e avrebbero esploso nove colpi di pistola calibro
7,65, colpi che non gli lasciano scampo.
Nella ricostrizone dell’agguato, un ruolo chiave lo avrebbero avuto anche i “basisti”: Mario Pagliuca e Leonardo Tortorella. A loro viene attribuita la preparazione logistica (moto, caschi e armi) e il supporto sul campo, con pedinamenti e “battute” alla vittima da bordo di due auto, fino alla copertura della fuga.
Le tracce cancellate: moto bruciata, arma nel lago d’Averno
Dopo l’omicidio, la strategia sarebbe stata quella classica dei delitti di camorra: eliminare i reperti e spezzare i collegamenti.
La motocicletta sarebbe stata abbandonata e data alle fiamme in un terreno; la pistola, invece, sarebbe stata lanciata nelle acque del lago d’Averno.
Nel mirino — emerge ancora dalla ricostruzione — non ci sarebbe stato solo Campana: nei giorni precedenti, un altro affiliato del clan Beneduce sarebbe stato seguito, ma quella mattina risultava assente dal luogo dell’agguato.
“Dolci e champagne”: la festa e il presunto rito di affiliazione dopo l’omicidio
Uno dei passaggi più inquietanti, riportato negli atti attraverso le parole del collaboratore, riguarda ciò che sarebbe avvenuto subito dopo il delitto: una festa in casa Pagliuca, al Rione Toiano, con dolci e champagne. Un brindisi che, nel racconto, diventa anche un secondo rito di affiliazione.
Procolo Pagliuca mette a verbale un dettaglio preciso, consegnato dagli investigatori alla ricostruzione complessiva. «Il pomeriggio dell’omicidio ho mandato mio fratello Mario e Alfano Gennaro da Aulitto Ferdinando con un bicchiere di champagne dicendo loro di dire ad Aulitto che era il bicchiere dal quale già avevo bevuto io».
E ancora, sempre secondo il racconto: Aulitto avrebbe bevuto e avrebbe risposto: «A posto, salutamelo e dagli un bacio».
Sono frasi che, per gli inquirenti, non descrivono solo un brindisi, ma un linguaggio di appartenenza: la celebrazione dell’omicidio come “sigillo” di un patto e come messaggio interno di riconoscimento.
L’inchiesta e la svolta: riscontri e dichiarazioni per chiudere il cold case
L’indagine che porta agli arresti, secondo quanto riferito, si regge su due pilastri: da un lato gli accertamenti tecnico-scientifici e gli elementi di riscontro, dall’altro le chiamate in correità e la ricostruzione dettagliata dei collaboratori di giustizia, che indicano mandanti, esecutori e basisti.
Il risultato, quindici anni dopo l’agguato, è il provvedimento cautelare che ridisegna la mappa delle responsabilità attorno a un delitto simbolo della stagione di sangue della faida flegrea: l’omicidio di un “uomo chiave” per arrivare al boss, colpendo la sua cerchia più stretta.
Chi sono gli arrestati
Ferdinando Aulitto, 59 anni (“capellone”): già detenuto per altri reati di camorra.
Salvatore Cianciulli, 39 anni (“masaniello”): indicato come il presunto killer; già detenuto per altri reati.
Mario Pagliuca, 46 anni (“marittiello”): indicato come basista; arrestato all’alba.
Leonardo Tortorella, 55 anni: indicato come basista; arrestato all’alba.
Ruoli secondo l’accusa
Mandante (collaboratore): Procolo Pagliuca.
Esecutore alla guida (collaboratore): Gennaro Alfano.
Killer: Salvatore Cianciulli.
Basisti: Mario Pagliuca e Leonardo Tortorella.
(nella foto da sinistra in alto la vittima Carmine Campana, il killer Salvatore Cianciulli e di due pentiti Gennaro Alfano e Procolo Pagliuca; in basso da sinistra ferdinando Aulitto, Mario Pagliuca e e Leonardo Tortorella)

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