2026.3.30 Garlasco, la nuova clamorosa ipotesi: “Riesumazione del corpo di Chiara”. E l’inquietante dettaglio sul primo gradino
L’operazione “tecnicamente irripetibile” per provare a risolvere il caso
Non c’è pace per Chiara Poggi e la sua famiglia, il delitto di Garlasco, dopo oltre 18 anni è ancora un mistero. Ogni tesi investigativa manca sempre di qualche tassello, e anche su Alberto Stasi, l’unico ad aver pagato per quell’omicidio, ora ci sono parecchi dubbi, visto che molte cose non tornano più, specie dopo aver spostato l’ora della morte di Chiara più avanti nel tempo. E proprio in seguito a quella perizia della dottoressa Cattaneo, destinata a ribaltare ancora una volta tutto, si fa strada una clamorosa ipotesi: la riesumazione del corpo di Chiara. Ne hanno parlato a “Quarto Grado” su Rete4. “È oggettivamente straziante“, afferma Paolo Reale, perito forense in ambito informatico che è scettico sull’ipotesi: “Mi pare un po’ strano perché è un’operazione tecnicamente irripetibile, quindi deve essere condotta con il contraddittorio delle parti, deve essere fatta in un certo modo”.
Una riesumazione “non è stata mai chiesta da nessuno, anche nel passato, né dai periti né dai consulenti di parte, ma quale dovrebbe essere questo elemento dirimente e utilissimo da richiedere appunto un’operazione così invasiva che supera tutto il resto del materiale?”, si chiede l’esperto. Si torna anche a parlare del’orario del delitto collegandolo al comportamento di Chiara, che dalle 9.45 di quel drammatico 13 agosto 2007, non ha più risposto alle telefonate ricevute e neppure agli squilli di Stasi. Era già morta? Questa è la grande domanda ancora senza una risposta.
Poi c’è un altro dettaglio inedito e piuttosto inquietante, il killer stando alla ricostruzione della dinamica del delitto, dopo aver colpito più volte Chiara, si sarebbe fermato sul primo gradino che conduce al seminterrato a osservarla mentre era ancora agonizzante. Cosa c’è dietro a questo gesto? Chi voleva vederla soffrire in maniera così sadica? Domande senza una risposta, che però fanno tornare alla mente quanto dichiarato dall’ex legale di Andrea Sempio. Massimo Lovati ha parlato a più riprese di “un’esecuzione”. Chiara – secondo l’avvocato – “aveva visto qualcosa che non doveva vedere”. Ma cosa? Il riferimento del legale è al mondo “della pedopornografia”. Ma sono solo ipotesi, senza prove.
2026.3.30 Terrorismo, cosa si sa del minorenne arrestato in Italia. Così preparava stragi simili a quelle di Bruxelles e Parigi col perossido di acetone
Maxi blitz dei Carabinieri e perquisizioni in 4 regioni. Il 17enne è gravemente indiziato: ecco perché
Nelle prime ore della mattina in Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e Toscana, il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, in collaborazione con i Comandi Provinciali competenti per territorio, ha dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare con successivo trasferimento presso un istituto penale minorile, emessa dal gip del Tribunale per i Minorenni di L’Aquila su richiesta di questa Procura per i Minorenni, a carico di un diciassettenne pescarese domiciliato nella provincia di Perugia.
Il minore è ritenuto gravemente indiziato dei delitti di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, oltre che di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. L’attività investigativa, coordinata dalla Procura Minorile di L’Aquila, ha permesso di contestare al giovane il reperimento e la diffusione di manuali contenenti istruzioni dettagliate per la fabbricazione di congegni bellici e armi da fuoco. Tra il materiale a suo tempo sequestrato figurano documenti contenenti indicazioni tecniche su sostanze chimiche e batteriologiche pericolose, nonché vademecum dedicati al sabotaggio di servizi pubblici essenziali, il tutto inserito in una chiara cornice di finalità terroristica.
Nello specifico – si legge in una nota – appaiono assumere un profilo di rilevante pericolosità le informazioni detenute in ordine al reperimento di armi, alla loro fabbricazione con tecnologia 3D e alla preparazione del TATP (perossido di acetone), sostanza nota per l’estrema facilità di sintesi e già impiegata nelle stragi di Bruxelles e Parigi, soprannominata la “madre di Satana”. Le indagini hanno altresì documentato i contatti tra il minore e il vertice del gruppo Telegram denominato “Werwolf Division”, incentrato su contenuti e narrazioni legati alla supposta superiorità della “razza ariana”, nonché sulla costante glorificazione di mass shooters quali Brenton Tarrant, autore degli attentati alle moschee di Christchurch avvenuti il 15.03.2019, e Anders Behring Breivik, autore degli attentati avvenuti a Oslo e Utoya il 22.11.2011, elevati a “santi” per incentivare l’emulazione.
2026.3.29 Garlasco, l’allarme di casa Poggi attivato e disattivato ogni notte: la nuova mappa riapre il rebus delle 1.50 prima del delitto
Nelle notti prima del delitto di Chiara Poggi l’allarme perimetrale di via Pascoli venne disattivato e riattivato più volte, quasi sempre nel cuore della notte. Un dato che rende meno anomala anche l’attivazione dell’1.50 tra il 12 e il 13 agosto 2007 e rilancia un’ipotesi a lungo considerata debole: Chiara poteva davvero aprire ai gatti, o comunque muoversi in casa, seguendo un’abitudine ormai consolidata.
Garlasco, l’allarme di casa Poggi attivato e disattivato ogni notte: ci sono dettagli che per anni sono stati trattati come piccole note a margine e che adesso, uno dopo l’altro, tornano a chiedere conto. L’allarme di casa Poggi è uno di questi. Per molto tempo l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla disattivazione notturna tra il 12 e il 13 agosto 2007, in particolare su quel passaggio delle 1.50, rimasto come un’increspatura sospetta dentro una notte già carica di interrogativi. Oggi però la lettura cambia, perché la mappa completa dell’utilizzo del sistema di sicurezza nella settimana precedente al delitto racconta una storia diversa: quella manovra notturna non sembra più un fatto isolato.
Il dato che emerge con più forza è semplice ma pesante. Nelle notti che precedono l’omicidio di Chiara Poggi, l’allarme perimetrale della villetta di via Pascoli viene disattivato e riattivato con regolarità. Non una volta sola, non in circostanze eccezionali, ma quasi ogni notte. E quasi sempre in orari che cadono nel pieno del buio. Se questo quadro regge, il sistema di allarme non restituisce l’immagine di una casa sigillata fino al mattino, ma quella di un’abitazione in cui Chiara si muove, apre, richiude, interviene sul dispositivo seguendo una routine che evidentemente le apparteneva.
La mappa dell’allarme cambia il peso della notte del delitto
La sequenza parte dal 5 agosto 2007, il giorno in cui Rita Preda, Giuseppe Poggi e Marco Poggi partono per il Trentino e Chiara resta sola in casa con i gatti Piuma e Minù. È da quel momento che il comportamento dell’allarme diventa particolarmente interessante. La ragazza, rimasta sola nell’abitazione, inizia a usare il sistema in modo discontinuo durante la notte. Non è un dettaglio da poco, perché significa che il movimento dell’antifurto non può essere letto automaticamente come il segnale di un evento eccezionale.
Gli esempi sono numerosi. Nella notte tra il 7 e l’8 agosto l’allarme viene disattivato alle 00.58 e riattivato subito dopo. Tra l’8 e il 9 agosto accade qualcosa di simile: disattivazione alle 23.53, riattivazione un minuto più tardi. Nella notte tra il 9 e il 10 agosto il sistema viene spento intorno a mezzanotte e mezza e riacceso due minuti dopo. Tra il 10 e l’11 agosto la stessa scena si ripete alle 00.36, con un nuovo ripristino quasi immediato. Nella notte tra l’11 e il 12 agosto il movimento si sposta ancora più avanti: disattivazione alle 2.05, riattivazione alle 2.07.
Messa in fila così, questa serie di attivazioni e disattivazioni notturne produce un effetto molto chiaro: rende molto meno “strana” anche la famosa manovra dell’1.50 nella notte che precede il delitto. E qui si apre il punto vero. Se Chiara compiva già quel tipo di gesto nelle notti precedenti, allora non si può più usare quel singolo orario come un elemento automaticamente anomalo o straordinario. Diventa, piuttosto, un tassello coerente con una consuetudine.
L’ipotesi dei gatti non appare più così fragile
Per anni una delle spiegazioni avanzate per questi movimenti dell’allarme è stata quella dei gatti. Chiara avrebbe potuto disattivare il sistema perimetrale per permettere a Piuma e Minù di uscire, o comunque per gestire piccoli spostamenti dentro e fuori casa durante la notte. È un’ipotesi che in passato gli inquirenti hanno considerato poco convincente. Ma il quadro cambia se si osserva l’intera settimana precedente e non il solo 13 agosto.
Il motivo è elementare. Un gesto isolato, compiuto una sola volta nella notte del delitto, può prestarsi a letture sospette. Un gesto ripetuto notte dopo notte, invece, somiglia molto di più a un’abitudine domestica. Non prova nulla in modo definitivo, certo, ma modifica il terreno del ragionamento. E soprattutto toglie forza a una lettura automatica dell’1.50 come di un’ora “impossibile” o incomprensibile.
Se Chiara aveva davvero l’abitudine di alzarsi, aprire, richiudere e riattivare l’allarme, allora la notte del delitto non rappresenterebbe una rottura improvvisa della routine, ma la prosecuzione di uno schema già visto. In un caso come Garlasco, dove ogni minuto pesa come piombo, anche una sfumatura del genere può cambiare molto.
Cosa accade la sera del 12 agosto prima dell’ultima attivazione
Su quanto Chiara Poggi abbia fatto nelle ore immediatamente precedenti al delitto le ricostruzioni non sono ricchissime, ma alcuni punti restano fermi. La sera del 12 agosto la ragazza trascorre molte ore con Alberto Stasi. I due mangiano una pizza da asporto nella villetta di via Pascoli. A un certo punto lui torna brevemente a casa per occuparsi del cane e poi rientra. In quelle ore si lavora anche alla tesi di laurea di Stasi, poi i due guardano un film, fino al momento in cui lui lascia definitivamente la casa.
Anche in questo caso l’allarme diventa una specie di metronomo silenzioso della serata. A mezzanotte e un minuto il sistema viene disattivato e riattivato quasi subito. Poi, alle 00.57, un nuovo movimento: disattivazione e riattivazione alle 00.59, passaggio che viene normalmente letto come compatibile con l’uscita di Stasi dalla villetta. E poi arriva l’ultimo nodo: all’1.50 l’allarme viene nuovamente disinserito e riattivato dopo pochi secondi.
È proprio questo terzo passaggio ad aver alimentato per anni dubbi, sospetti, domande. Perché Chiara, rimasta sola dopo che Alberto era andato via, avrebbe sentito il bisogno di intervenire ancora sull’allarme a quell’ora? La risposta, oggi, non è definitiva. Ma la mappa completa della settimana precedente impone almeno una prudenza diversa: quell’azione non può più essere letta come un fatto totalmente fuori scala.
Un dettaglio tecnico che tocca il cuore della ricostruzione
In un’indagine per omicidio, gli orari servono a tutto: a incastrare, a escludere, a rendere plausibili o implausibili gli spostamenti, a comprimere o allargare le finestre temporali. Ecco perché il tema dell’allarme non è una curiosità da appassionati di cronaca, ma un passaggio centrale. Se l’uso notturno del sistema era consueto, allora alcune deduzioni costruite sull’eccezionalità di quel movimento potrebbero indebolirsi.
Questo non significa che il rebus sia risolto. Significa però che la sequenza dell’1.50 va trattata per quello che è: un elemento da inserire dentro una routine più ampia, non da isolare artificialmente come se fosse una firma misteriosa. E in un caso come quello di Garlasco, dove da mesi si rimettono in discussione l’ora della morte, la dinamica dell’aggressione e perfino alcuni passaggi fondamentali della scena, anche il comportamento dell’allarme smette di essere un dettaglio laterale.
Perché questo punto torna oggi così importante
Il motivo è semplice: il caso Chiara Poggi sta tornando sotto analisi nei suoi snodi più delicati. E quando si riaprono le questioni centrali, tutto ciò che sembrava minore torna a pesare. La nuova attenzione sugli orari, sulle abitudini di Chiara, sui margini della sua routine mattutina e notturna, rende inevitabile riconsiderare anche la gestione dell’allarme.
Se davvero la ragazza lo disattivava e riattivava tutte le notti, il quadro cambia. Cambia il giudizio su ciò che è normale e su ciò che non lo è, cambia il peso della notte del 12 agosto. Cambia anche il modo di leggere certe ipotesi difensive, che per anni sono state liquidate troppo in fretta come poco credibili.
Garlasco, l’allarme di casa Poggi attivato e disattivato ogni notte
Non basta, da solo, a ribaltare una sentenza. Ma basta eccome a riaprire una domanda scomoda: quante conclusioni sono state costruite trattando come eccezionale ciò che, forse, eccezionale non era affatto?
2026.3.29 Orrore a Rovigo, donna e bimbo trovati morti in un laghetto. La Procura indaga per omicidio
A notare i cadaveri, nel primo pomeriggio, era stato un passante che ha immediatamente lanciato l’allarme
La Procura di Rovigo indaga per omicidio sul caso della donna e del bimbo di poco più di un anno trovati morti ieri in un laghetto artificiale a Castelguglielmo, nel Rodigino. L’indagine è a carico di ignoti e si tratta di un passaggio necessario per procedere con tutti gli accertamenti del caso.
Gli inquirenti, infatti, al momento non escludono alcuna ipotesi, compresa quella di un omicidio-suicidio. Le vittime sono madre e figlio di origini cinesi. Lei aveva 39 anni e il piccolo ne aveva compiuto uno lo scorso dicembre. Entrambi vivevano a Castelguglielmo. Alcuni testimoni riferiscono di averli visti ieri, nel primo pomeriggio, nei pressi del laghetto. La donna spingeva il passeggino, poi lasciato lì a pochi passi dalle acque in cui sono stati trovati morti entrambi.
A notare i cadaveri, nel primo pomeriggio, era stato un passante che ha immediatamente lanciato l’allarme. Maggiori risposte sulle cause della morte arriveranno dall’autopsia, fissata per domani I carabinieri, intanto, procedono con l’ascolto di testimoni.
2026.3.28 «Tania Bellinetti uccisa perché si era sottratta al suo carnefice»: l’ex Selmi Faez a processo per omicidio volontario
Adesso si apre la fase più delicata: il processo davanti alla Corte d’Assise, con la prima udienza già fissata per l’8 giugno
Era l’8 aprile del 2025, un martedì, quando Tania Bellinetti, 47 anni, è precipitata dal balcone del terzo piano di casa sua, a Bologna. È morta a causa delle ferite riportate. Quasi un anno dopo l’ex compagno della vittima, Selmi Faez, 38 anni, è stato rinviato a giudizio per omicidio aggravato. «Un primo passo nella giusta direzione», affermano gli avvocati dei familiari di Bellinetti, Chiara Rinaldi e Antonio Petroncini.
«Giustizia alla povera Tania»
Adesso si apre la fase più delicata: il processo davanti alla Corte d’Assise, con la prima udienza già fissata per l’8 giugno. La decisione della gup Roberta Malavasi segna, per l’accusa, un passaggio cruciale, soprattutto dopo la riformulazione del capo d’imputazione da omicidio preterintenzionale a omicidio volontario pluriaggravato. I legali, che chiedono «giustizia alla povera Tania», sottolineano come l’istruttoria dibattimentale potrà rafforzare ulteriormente la tesi accusatoria: «Tania è stata uccisa perché aveva deciso di sottrarsi al proprio carnefice». Un convincimento che trova riscontro, secondo la Procura di Bologna, anche nella consulenza cinematica, che escluderebbe sia l’ipotesi accidentale sia quella suicidaria, attribuendo l’evento a un’azione volontaria dell’imputato.
Gli anni di violenze
La vicenda affonda le radici in una relazione iniziata nel 2019 e segnata, secondo gli inquirenti, da violenze ripetute. In più occasioni erano stati attivati interventi con il “codice rosso”, fino a una condanna definitiva per maltrattamenti e a un’altra, più recente, in primo grado per stalking.
Nonostante questo, nel corso del 2025 Faez era tornato a vivere nell’appartamento di Bellinetti. L’8 aprile, poco prima della tragedia, la donna aveva contattato amici e familiari manifestando un forte stato di prostrazione. Poi l’ennesima lite, testimoniata dal disordine nell’abitazione, tra mobili danneggiati e oggetti sparsi. Di lì a poco, la caduta dal balcone del terzo piano. Dopo i fatti, l’uomo era fuggito all’estero, fino al fermo avvenuto il 23 luglio in Francia.
2026.3.28 Omicidio Sartini, la Cassazione annulla ancora la condanna: si riapre il processo
Sotto accusa il vicino di casa Nica Cornel. La Corte di Assise di Appello di Firenze lo aveva condannato a 18 anni di reclusione. L’avvocato Simeone Sardella: “Un caso giudiziario unico in Italia”
ANCONA – A quasi dodici anni dall’omicidio di Giancarlo Sartini il caso resta senza una verità definitiva. La Corte di Cassazione ha infatti annullato per la terza volta la condanna nei confronti di Nica Cornel, 31 anni, cittadino romeno e unico imputato per il delitto avvenuto a Chiaravalle nella notte tra il 26 e il 27 dicembre 2014. I giudici hanno disposto un nuovo processo d’appello davanti a una diversa sezione della Corte di Assise di Appello di Firenze, riaprendo di fatto una vicenda giudiziaria tra le più complesse degli ultimi anni. Cornel era stato inizialmente assolto in primo grado dal tribunale di Ancona, ma successivamente condannato nei successivi gradi di giudizio, fino all’ultima sentenza (dello scorso anno) che gli aveva inflitto 18 anni di carcere per omicidio volontario. Determinante, ancora una volta, il ricorso presentato dalla difesa, guidata dall’avvocato Simeone Sardella, che ha contestato la sentenza su più fronti: dalle presunte violazioni procedurali fino alla ricostruzione dei fatti. In totale sono tredici i motivi di ricorso accolti almeno in parte dalla Suprema Corte e sui quali sarà possibile leggere le motivazioni appena usciranno. Secondo l’accusa Sartini sarebbe stato aggredito e ucciso a sprangate nella sua abitazione dopo aver sorpreso Cornel mentre tentava un furto. Ma la difesa ha sempre sostenuto l’estraneità dell’imputato, puntando su elementi ritenuti decisivi, tra cui un alibi fornito da una prostituta, con cui Cornel si sarebbe trovato al momento dell’omicidio. Proprio questa testimonianza è stata al centro delle polemiche processuali: ritenuta inattendibile dai giudici d’appello, è stata trasmessa in Procura per ipotesi di falsa testimonianza.
Una valutazione che la difesa ha sempre contestato, insieme alla gestione delle prove scientifiche, in particolare un’impronta insanguinata trovata nell’abitazione della vittima e non attribuita con certezza all’imputato. Ora la parola torna di nuovo ai giudici di Firenze, chiamati a celebrare quello che sarà il quarto processo d’appello. La data dell’udienza non è ancora stata fissata. “Si tratta di un caso giudiziario unico in Italia – commenta l’avvocato Sardella – che supera per numeri di annullamenti con rinvio i più noti casi delle cronache giudiziarie italiane. Ora mi auguro che si possa rifare il processo da capo, per giungere, come correttamente rilevato dal giudice di primo grado, alla definitiva assoluzione di un imputato innocente. Quello dell’omicidio di Chiaravalle è divenuto ormai un vero e proprio leading case giudiziario, che insegna che per giungere ad una sentenza di condanna è necessaria la certezza della colpevolezza”.

Potrebbe essere sentito già lunedì Louis Dassilva, il 35enne senegalese in carcere per l’omicidio di Pierina Paganelli del 3 ottobre del 2023. La Corte di Assise, presieduta dal giudice Fiorella Casadei, ha fissato per il 30 marzo un’udienza aggiuntiva inizialmente non calendarizzata tanto che Dassilva era previsto per il 13 aprile.
Lunedì, quindi, l’udienza si aprirà con l’audizione dell’ultimo teste della parte civili, poi l’imputato Dassilva, difeso dagli avvocati Riario Fabbri e Andrea Guidi renderà esame, poi verrà sentita una teste e il consulente della difesa.
In mattinata i difensori di Dassilva erano in carcere a Rimini per preparare l’esame dell’imputato col proprio assistito. Dassilva, del resto, da quando è stato arrestato il 16 luglio del 2024, dopo che il 25 giugno era stato interrogato la prima volta da indagato alla presenza del difensore e della consulente Roberta Bruzzone. Poi, due giorni dopo l’arresto era stato interrogato come atto di garanzia una seconda volta dal giudice Vinicio Cantarini. Ma in quell’occasione Dassilva si era avvalso della facoltà di non rispondere.
Un nuovo interrogatorio era stato quindi disposto dalla Procura nel settembre del 2024, forse per il convincimento degli inquirenti che l’unico imputato per l’omicidio della pensionata potesse confessare, ma anche in quell’occasione il 35enne aveva preferito il silenzio. Solo poco prima del rinvio a giudizio e dopo che la nuora Manuela Bianchi, con cui Dassilva aveva una relazione, l’aveva di fatto incastrato con una confessione sul giorno del ritrovamento del cadavere, aveva iniziato a comunicare.
Ad un secondo interrogatorio del gip Cantarini, il 17 marzo 2025, Dassilva aveva risposto dicendosi ancora una volta innocente e respingendo le accuse della nuora della vittima. Un mese dopo, in un atto di protesta estrema, aveva iniziato lo sciopero della fame finendo per qualche giorno in ospedale. Nel luglio del 2025, dopo un anno di carcere, Dassilva è stato quindi rinviato a giudizio. Il processo si è aperto lo scorso settembre e lunedì dopo mesi Louis Dassilva avrà un’altra possibilità, forse l’ultima, di dire la sua.

Il caso di Borgo Riccio: Gaston Ogando Cristopher era stato colpito con un coltello, è morto il 5 marzo. Alesandrina Fumagalli è ai domiciliari con braccialetto elettronico
Parma, 28 marzo 2026 – Accusata dell’omicidio del compagno, è stata arrestata Brenda Alesandrina Fumagalli, cubana di 21 anni. Il giovane, Gaston Ogando Cristopher 28enne di origini dominicane, è morto il 5 marzo scorso a Parma. E’ deceduto in ospedale, a seguito di una profonda ferita d’arma da taglio subita il giorno prima.
Disposti i domiciliari con il braccialetto
L’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari con braccialetto elettronico, emessa dal gip su richiesta della Procura, smonta la tesi dell’incidente domestico inizialmente fornita dall’indagata. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, l’episodio sarebbe avvenuto il 4 marzo in un’abitazione di Borgo Riccio. L’indagata, rintracciata stamane in provincia di Milano, resta a disposizione dell’Autorità Giudiziaria in attesa dell’interrogatorio di garanzia.
La ricostruzione e la versione della donna
L’intervento dei Carabinieri, ricostruisce la Procura, era scattato intorno alle 18 del 4 marzo, quando i militari si sono recati in un’abitazione al 31 di Borgo Riccio “a seguito di una segnalazione del 118 per un presunto accoltellamento”. Sul posto, i sanitari stavano prestando le prime cure a Ogando, trovato in gravissime condizioni, mentre Fumagalli si trovava nei pressi dell’ambulanza. Agli operatori del 118, la donna aveva detto: “Stavo cucinando, stavamo scherzando, mi sono girata”, facendo “come il gesto di impugnare il coltello roteando il busto all’indietro” e affermando, in sostanza, di aver accoltellato il compagno “nella porzione sotto ascellare del torace laterale sinistro” per un incidente domestico. Secondo l’indagata, infatti, mentre lei “si trovava in cucina intenta a lavare le stoviglie con un grosso coltello in mano, il compagno le si sarebbe avvicinato alle spalle per ‘sculacciarla’ per gioco, e nel voltarsi di scatto per intimargli di smettere, lei lo avrebbe inavvertitamente colpito, sostenendo che l’uomo si fosse ‘auto-trafitto’ cercando di abbracciarla”. La donna ha sempre mantenuto “la stessa versione dei fatti, senza mai variare alcun particolare”
Gli accertamenti e l’esame autoptico
La 20enne, interrogata, aveva quindi sostenuto di aver colpito l’uomo inavvertitamente mentre si voltava con un coltello in mano per reagire a un gioco del compagno. Gli accertamenti del Ris e l’esame autoptico, però, hanno rivelato una realtà diversa: la traiettoria del fendente, inferto dall’alto verso il basso mentre la vittima era di fronte, e una ferita da “scivolamento” sul palmo dell’indagata — tipica di chi vibra un colpo con estrema potenza — hanno indotto il gip a ritenere l’azione pienamente volontaria. L’indagata “aveva giustificato il taglio sostenendo di essersi ferita raccogliendo il coltello dopo che la vittima se lo era estratto dal corpo”, ma il gip “ha ritenuto questa ricostruzione illogica” affermando invece che la donna “avrebbe impugnato l’arma con una ‘presa a martello’ e, vibrando il colpo con estrema potenza, la mano sarebbe scivolata lungo il manico bagnato, superando il ricasso metallico e tagliandosi”.
Le testimonianze
Inoltre, le indagini tecniche e le testimonianze di conoscenti hanno inoltre delineato un contesto relazionale critico, descrivendo la giovane come una personalità irascibile e possessiva. Le sommarie informazioni rese infatti da dai familiari e dai conoscenti della vittima “hanno delineato un quadro relazionale critico”, con l’indagata che “è stata descritta come una persona dotata di un temperamento forte e irascibile, possessiva e incline a scatti d’ira, durante i quali era solita aggredire verbalmente e fisicamente il compagno”. Il Giudice ha ravvisato il rischio di reiterazione del reato, definendo il gesto come il culmine di una reazione violenta e incontrollata.
Un rischio che “si evince dai dati oggettivi dell’indagine”, da cui emerge che “la personalità aggressiva e pericolosa della donna si riflette in una manifesta incapacità di contenere i propri impulsi violenti”. Di conseguenza, il gip “ha ritenuto sussistente il rischio che l’indagata, emotivamente molto provata per l’accaduto, possa lasciarsi andare a nuovi episodi lesivi
per l’incolumità altrui o propria”, disponendo quindi “la misura degli arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico”.
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2026.3.27 Caso Keu, Gori, Bernini e Deidda prosciolti
Per l’ex capo di gabinetto in Regione, il funzionario dell’ambiente e l’ex sindaca di Santa Croce sull’Arno “il fatto non sussiste”.
VALDERA — Giulia Deidda, ex sindaca di Santa Croce, Edo Bernini, funzionario della direzione ambiente della Regione Toscanae Ledo Gori, ex assessore di Pontedera e poi capo di gabinetto di Enrico Rossi negli anni in cui era presidente della Regione Toscana sono stati prosciolti perchè il fatto non sussiste, in riferimento all’intricata indagine sul Keu.
Entrambi erano tra le persone indagate insieme al consigliere regionale del Pd, Andrea Pieroni, rinviato invece a giudizio insieme ad altre dodici persone, gli ex vertici dell’associazione conciatori e altri personaggi della concia che ruota attorno al depuratore Aquarno, nell’indagine per smaltimento illecito di rifiuti della procura di Firenze, iniziata nell’Aprile 2021, dove tutto ruotava attorno al materiale derivante dalla depurazione delle acque provenienti dalle concerie, il Keu appunto.
Tra i primi commenti ad arrivare proprio quello di Rossi. “Il mio capo di gabinetto, Ledo Gori, non è stato neppure rinviato a giudizio per le accuse che gli erano state rivolte dalla Procura di Firenze. Vent’anni insieme al lavoro, in Regione Toscana, senza neanche un’ombra. Anche un altro mio collaboratore di primo piano, Edo Bernini, non è stato rinviato a giudizio. Tutto questo è avvenuto – ha scritto sui social – senza la separazione delle carriere. Peccato che si sia dovuto aspettare quasi sei anni e peccato che queste valide e oneste persone siano state massacrate sulla stampa e da certi esponenti dell’opposizione”.
Felice della notizia che chiude una parentesi complessa e difficile, anche l’assessora regionale Alessandra Nardini: “Giulia è un’amica e una compagna di tante battaglie. L’ho conosciuta fin dagli inizi del mio percorso come una dirigente politica seria e appassionata e come sindaca di Santa Croce sull’Arno, legata profondamente alla sua comunità. Dopo anni durissimi oggi è stata prosciolta perché il fatto non sussiste. Conoscendola – ha detto Nardini – ho creduto nella sua innocenza da subito, come ho sempre avuto fiducia nella magistratura. Sono felice di questa notizia e le mando un abbraccio fortissimo. Così come sono felice che sia stato prosciolto per le stesse ragioni anche Ledo Gori, anche lui un compagno, di cui nessuno può dimenticare l’impegno in Regione, dove è stato un punto di riferimento preziosissimo per tante e tanti, apprezzato da amministratrici e amministratori. Anche a lui va il mio pensiero affettuoso e anche per lui valgono le parole spese per Giulia: non ho mai avuto dubbi. Anni che nessuno cancellerà, anni di affetto, fiducia, ma anche di silenzi e spalle voltate che hanno fatto male. Oggi per loro, e per le loro famiglie, sono immensamente felice e sono felice anche per la nostra comunità politica. Rinnovando la piena fiducia nella magistratura e confidando che venga fatta piena chiarezza, l’augurio è che anche le altre persone che invece andranno processo, alcune delle quali a me care, possano presto chiarire positivamente e definitivamente la loro posizione e lasciarsi alle spalle questa vicenda”.

Arringa finale per la morte di Auriane Laisne, la sua ex fidanzata francese di 22 anni, trovata il 5 aprile del 2024 in una chiesetta abbandonata a La Salle.
“Mi dispiace per la morte di Auriane, partecipo al dolore dei genitori ma non sono stato io ad ucciderla”. Sono state queste le dichiarazioni spontanee di Sohaib Teima, il 24enne di Fermo accusato dell’omicidio di Auriane Laisne, la ex fidanzata francese di 22 anni, trovata morta il 5 aprile del 2024 all’interno dei ruderi della chiesetta di Equilivaz, sopra a La Salle, in Valdosta. E’ ricominciato ieri il processo davanti alla Corte d’Assise e, dopo le parole dell’imputato, è stata la volta dell’arringa difensiva, degli avvocati Lucia Lupi e Luca Calabrò, che hanno chiesto l’assoluzione: “Il nostro assistito è innocente e va assolto”.
Una richiesta in netta contrapposizione con il pm Manlio D’Ambrosi che invece, nel corso della precedente udienza, ha chiesto l’ergastolo per omicidio premeditato. “Siamo di fronte ad un procedimento assolutamente indiziario – ha dichiarato all’uscita dall’aula l’avvocato Lupi – in cui non solo non c’è certezza dell’ora della morte della ragazza, ma neanche del giorno. Si tratta solo di una deduzione e il pm lo deduce dal fatto che il nostro assistito ha lasciato la Val d’Aosta il 27 marzo”. L’avvocato Lupi ha poi puntato il dito contro le indagini fatte dagli inquirenti: “Non hanno fatto un’indagine completa sul Dna ed hanno esaminato solo alcuni reperti. E poi non hanno mai battuto ulteriori piste in quanto, fin dal ritrovamento del cadavere, hanno considerato Teima l’unico colpevole. Per non parlare della presunta premeditazione: non ci sono prove ma è solo una libera interpretazione soggettiva della pubblica accusa. In aula abbiamo anche contestato le risultanze della perizia psichiatrica fatta frettolosamente in tre sedute. Una perizia in cui sono emersi vizi di mente dell’imputato, ma che non sono mai stati approfonditi. Io mi chiedo se si potrà condannare una persona oltre ogni ragionevole dubbio solo con degli indizi”.
Al contrario, secondo il pm D’Ambrosio, il giovane fermano si è reso protagonista di un omicidio premeditato in ogni dettaglio: “E’ emerso senza ombra di dubbio che si è trattato di un femminicidio. La vittima è prima stata stordita da una quantità sproporzionata di tranquillante, che non le ha permesso di riuscire a difendersi. Lei ha provato ad allontanare il suo aggressore, e lo dicono le ferite lievi alla mano poi senza più forze, Teima l’ha colpita al collo con un’arma da taglio. La ragazza è poi morta per asfissia, soffocata dal proprio sangue”. Il processo è stato aggiornato all’8 aprile, quando è prevista la sentenza.
2026.3.26 Uccise i genitori per un debito di 12mila euro. Luca Ricci condannato a trent’anni di carcere
Il giudice ha escluso le aggravanti della premeditazione e della crudeltà, ma ha riconosciuto i futili motivi e il legame di parentela
di Antonella Marchionni
Niente ergastolo per l’uomo che ha ucciso padre e madre: Luca Ricci è stato condannato a 30 anni di carcere. È quanto ha deciso la Corte d’Assise di Pesaro ieri mattina dopo tre ore e mezzo di camera di consiglio. Luca Ricci, 50 anni, è stato riconosciuto colpevole del duplice omicidio di Luisa Marconi (70 anni) e Giuseppe Ricci (75 anni), il 24 giugno 2024. I giudici hanno escluso le aggravanti della premeditazione e della crudeltà, riconoscendo le attenuanti generiche. Restano le aggravanti dei futili motivi e del vincolo di parentela. Una decisione che cambia in modo significativo il quadro rispetto alla richiesta della Procura, che aveva sollecitato l’ergastolo con sei mesi di isolamento diurno. La Corte ha ritenuto che non vi fossero elementi sufficienti per configurare un delitto pianificato o caratterizzato da particolare efferatezza, pur confermando la piena responsabilità dell’imputato.
I giudici hanno inoltre disposto che, espiata la pena, Ricci sia sottoposto alla libertà vigilata per tre anni. Contestualmente, la Corte ha ordinato la restituzione dei beni sequestrati: via libera quindi all’immediata restituzione dei due appartamenti, dell’auto dell’imputato, del telefono cellulare, del computer e dello smartwatch. In mattinata si sono svolte le controrepliche. La pm Maria Letizia Fucci ha ribadito la richiesta di ergastolo, sostenendo la presenza di tutte le aggravanti e indicando nel movente economico il cuore della vicenda: la necessità di reperire 12mila euro entro il 24 giugno 2024 per evitare lo sfratto dei genitori dalla casa finita all’asta per i debiti del figlio.
Dall’altra parte la difesa, rappresentata dagli avvocati Alfredo Torsani e Luca Gregori: “La difesa non cerca giustificazioni a un atto ingiustificabile”, hanno sostenuto. Dopo la sentenza, il commento dei legali non ha nascosto soddisfazione. “La Corte ha aderito a gran parte della nostra ricostruzione dei fatti – ha detto l’avvocato Alfredo Torsani -, escludendo le aggravanti che ritenevamo non sussistenti. Con la concessione delle attenuanti generiche si è arrivati a una pena proporzionata ed equilibrata. La nostra era una difesa tecnica, non avevamo prospettive assolutorie. La giustizia non deve avere un effetto di vendetta ma portare a una pena giusta, e riteniamo che oggi sia stata raggiunta”.
“In questo tipo di procedimento non si può parlare di vittoria – commenta l’avvocato Luca Gregori -, nel rispetto della sorella e di tutte le persone coinvolte. Ora leggeremo le motivazioni, depositate entro 90 giorni, poi faremo le nostre valutazioni”. Sull’eventuale appello, il legale non si sbilancia: “Come sempre ci atteniamo agli atti processuali. Prima le motivazioni, poi ne parleremo con l’assistito”. Nessuna reazione, invece, da parte dell’imputato. “Luca Ricci non ha reso dichiarazioni, coerente con l’atteggiamento tenuto per tutto il processo”.
2026.3.26 Omicidio di Valbrembo. Rischiano l’ergastolo i due ragazzi imputati
La vittima fu massacrata in casa sua, secondo l’accusa volevano derubarla. Un accusato sostiene che si sia trattata di una ripicca per vendicare la sua ragazza. .
Il pubblico ministero Letizia Ruggeri, al termine della sua requisitoria, ha chiesto la condanna all’ergastolo di Carmine De Simone Dicecca, 26 anni, e di Mario Vetere, 25 anni, a processo davanti alla Corte d’Assise di Bergamo per l’omicidio di Luciano Muttoni, il 57enne pestato a sangue nel suo appartamento di Valbrembo la sera del 7 marzo 2025. Il pm ha invocato anche 9 mesi di isolamento diurno per De Simone, tre mesi in meno per Vetere, visto il suo ruolo relativamente più lieve nell’aggressione fisica alla vittima. Entrambi sono accusati di omicidio volontario aggravato dal nesso con la rapina che misero a segno quella sera, attorno alle 21, e dalla minorata difesa. In aula Vetere si è scusato con i familiari di Muttoni. Le scuse sono arrivate anche da De Simone (“Mi sogno tutte le notti quella persona, non dormo più”). De Simone, considerato il maggior responsabile del pestaggio mortale, ha spiegato in aula che non voleva compiere una rapina. “volevo vendicarmi di Muttoni per quello che mi aveva detto la mia fidanzata”. Secondo il ragazzo, la giovane gli aveva riferito che Muttoni, dcal quale dormirono due notti prima del delitt percè per arrotondare lo stipendio affittava il suo appartamento, aveva tentato di entrare in bagno mentre lei si stava facendo la doccia.
“Erano due giorni che prendevo cocaina. Ho avuto una reazione d’impulso e sono andato a pestarlo, ma non volevo ucciderlo. La situazione è sfuggita di mano quando eravamo in casa”. I due complici la notte dell’omicidio si presentarono a casa di Muttoni con un coltello e una scacciacani, che De Simone usò per colpire con violenza la vittima in testa. Lasciarono il 57enne in un lago di sangue e se ne andarono con 50 euro, quattro tessere del bancomat e l’auto dell’uomo. Prossima udienza il 7 aprile: parleranno le difese degli imputati. Sentenza prevista il 20 aprile. M.A.
2026.3.26 Italy seizes millions in assets allegedly stolen from Bond star Ursula Andress
AP — Italian authorities have impounded 20 million euros ($23 million) worth of property, artworks and financial assets in and around Florence that were allegedly purchased with money stolen from original Bond girl Ursula Andress, Italy’s financial police said in a statement on Thursday.
The seizures were the result of an investigation launched after Andress reported to Swiss authorities that she had been swindled out of assets by financial advisers.
The 90-year-old former Bond girl told Swiss newspaper Blick in January that she had been defrauded out of 18 million Swiss francs, approximately 20 million euros, by her long-time financial adviser over an eight-year period. The newspaper said the adviser had died in the meantime.
“I am still in shock,’’ Andress was quoted as saying. “I was deliberately chosen as a victim. For eight years, I was courted and wooed. They lied to me shamelessly and exploited my goodwill in a perfidious, indeed criminal, way in order to take everything from me. They took advantage of my age.’’
The stolen funds were invested in foreign companies, used to buy assets and then channeled through transactions designed to conceal their source, Italian authorities said.
They were traced to the purchase of 11 real estate properties, 14 plots of land cultivated as vineyards and olive groves, along with artworks and financial assets in Florence and the neighboring Tuscan countryside.
Authorities did not say if any arrests were made.
Swiss-born Andress is best known as the first Bond girl, Honey Ryder, in 1962’s “Dr. No,” which featured her memorable entrance emerging from the sea in a white bikini. She went on to work with Elvis Presley in “Fun in Acapulco” and Frank Sinatra and Dean Martin in “Four for Texas.” She later transitioned to a European cinema and television career, before retiring in the early 2000s.

La Corte d’assise di Catanzaro assolve Salvatore Giglio per l’omicidio risalente al 2000. I difensori: «prove insufficienti, dimostrata l’estraneità ai fatti»
CATANZARO – La Corte d’assise di Catanzaro ha assolto Salvatore Giglio, accusato di essere il mandante dell’omicidio di Giuseppe Castiglione. Un delitto avvenuto oltre vent’anni fa a Strongoli, nel Crotonese. La decisione è arrivata al termine di un lungo processo che ha riesaminato i fatti risalenti al 29 gennaio 2000.
Omicidio Castiglione, Giglio assolto
La vicenda giudiziaria aveva avuto una svolta con l’operazione del 30 agosto 2023, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. A distanza di oltre due decenni dall’omicidio, erano state arrestate tre persone ritenute responsabili del delitto, maturato nell’ambito di una faida interna alla cosca. Secondo l’impostazione accusatoria, Salvatore Giglio avrebbe avuto il ruolo di mandante, mentre altri soggetti avrebbero eseguito materialmente l’agguato.
La ricostruzione ipotizzava che la vittima fosse stata attirata in una trappola, uccisa con un colpo di pistola e successivamente occultata. Le indagini si basavano in larga parte sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia.
Due anni di processo
Il dibattimento si è protratto per quasi due anni ed è stato caratterizzato da un serrato confronto tra accusa e difesa, con l’analisi approfondita degli elementi raccolti nel corso delle indagini. Al termine del processo, tuttavia, la Corte ha escluso la responsabilità dell’imputato, pronunciando una sentenza di assoluzione.
Soddisfazione è stata espressa dai difensori di fiducia, gli avvocati Giuseppe Bruno e Luca Cianferoni, che hanno dichiarato: «il compendio probatorio si è rivelato insufficiente a sostenere l’impianto accusatorio, consentendo di dimostrare in modo chiaro l’estraneità ai fatti del proprio assistito». A seguito della sentenza, Salvatore Giglio è stato scarcerato. Resta tuttavia da espiare un residuo di pena relativo a un’altra condanna definitiva.
2026.3.23 Napoli, era ubriaco il 34enne che ha travolto e ucciso due donne: arrestato per omicidio stradale
Si fanno serrate le indagini sul gravissimo incidente stradale che ha macchiato di sanguecorso Garibaldi a Napoli. Sono le 19,15 del 22 marzo, quando all’altezza di Porta Nolana, un34enne ha tamponato un’auto causando l’investimentoe lamorte di due donne che attraversavano la strada. Un’immagine drammatica, con i due corpi delle vittime in prossimità delle strisce pedonali, ormai sbiadite. Arrestato per omicidio stradale, l’uomo alla guida di una Mercedes è stato sottoposto immediatamente agli accertamenti urgenti per la verifica del tasso alcolemico.
Test che hanno fornito un esito positivo. E così, informato il Pubblico ministero di turno presso la Procura, il 34enne è stato arrestato con l’applicazione della misura della detenzione domiciliare. Gli agenti hanno inoltre proceduto al ritiro dellapatente e al sequestro del veicolo, risultato essere un’auto a noleggio.
Dalle ultime ricostruzioni della vicenda, su accertamenti degli uomini dell’Unità Operativa San Lorenzo e dell’Infortunistica Stradale della Polizia Locale, le due donne amiche di nazionalità ucrainastavano attraversandoCorso Garibaldi per dirigersi verso via San Cosmo Fuori Porta Nolana. Una volta giunte al centro della carreggiata, sono statetravolte con estrema violenza.
E così, purtroppo, a causa del violentissimo impatto, il conducente ha perso il controllo della vettura, terminando la propria corsa contro tre veicoli regolarmente in sosta sul lato destro della strada. Un dramma senza precedenti, che ha visto apparire le condizioni riportate dalle due cittadine ucraine subito disperate. Da quanto reso noto, infatti,una delle due donne è deceduta sul colpoa causa della gravità dell’impatto, la seconda invece era riuscita a raggiungere l’Ospedale del Mare trasportata d’urgenza dagli operatori sanitari intervenuti,ma i tentativi dei medici di salvarle la vita si sono rivelati del tutto vani. Il decesso è avvenuto circa due ore dopo il ricovero.
Ora, quindi, sul luogo della tragedia sono ancora in corso le indagini per mano del personale della Plizia Locale che sta portando a compimento i rilievi tecnici,ascoltando i testimonipresenti al momento del fatto nonché procedendo con l’acquisizione delle immagini delle telecamere di videosorveglianzadella zona per ricostruire l’esatta dinamica del sinistro.
2026.3.22 Omicidio di Giuseppe Gaetani, quattro indagati rischiano il processo: ecco chi sono
La Dda di Catanzaro ha chiuso l’inchiesta su Pasquale Forastefano, Nicola Abbruzzese “Semiasse”, Domenico Massa e Gianluca Maestri. Stralciate altre due posizioni
La Dda di Catanzaro ha chiuso le indagini sull’omicidio di Giuseppe Gaetani, ucciso nella Piana di Sibari la sera del 2 dicembre 2020 nei pressi della sua abitazione. L’avviso di conclusione delle indagini, firmato dal pubblico ministero antimafia Alessandro Riello, è l’ultimo passaggio prima delle determinazioni sulla richiesta di rinvio a giudizio.
Gaetani – viene ricordato – era ritenuto vicino a Leonardo Portoraro, boss di Villapiana assassinato in un agguato di mafia nel giugno 2018.
I quattro indagati che rischiano il processo
Rischiano di affrontare il processo quattro indagati: Pasquale Forastefano, indicato come presunto “reggente” dell’omonima cosca cassanese; Nicola Abbruzzese, alias “Semiasse”, indicato come esponente del clan degli “zingari” di Cassano all’Ionio; Domenico Massa, di recente sottoposto al 41 bis; e Gianluca Maestri, collaboratore di giustizia, indicato come reo confesso del delitto di stampo mafioso.
Sono state invece stralciate e messe in stand-by le posizioni di Maurizio Massa e Gianfranco Arcidiacono. Su Arcidiacono, viene richiamato, il Riesame aveva già espresso parere negativo rispetto all’applicazione della misura cautelare. La difesa, rappresentata dall’avvocato Enzo Belvedere, ha accolto con soddisfazione questa decisione che non va in contrasto con quanto stabilito in precedenza dal gip e dal Tdl.
La ricostruzione della Dda: una strategia congiunta tra Forastefano e Abbruzzese
L’omicidio Gaetani, per la Procura distrettuale, si inserisce in un quadro più ampio di strategie e assetti criminali sulla Sibaritide. Secondo l’impostazione accusatoria, il delitto sarebbe frutto di una scelta condivisa delle cosche Forastefano e Abbruzzese, ritenute intenzionate a riaffermare l’egemonia sulla Piana di Sibari.
Nella fase cautelare – ricostruita in un’ordinanza che la stessa accusa definisce tra le più rilevanti emesse negli ultimi anni a Catanzaro – agli indagati veniva attribuito, a vario titolo, un ruolo nella pianificazione e nell’esecuzione dell’agguato, ciascuno con compiti distinti, fino al coinvolgimento del collaboratore Gianluca Maestri, indicato come uno degli autori materiali dell’assassinio mafioso.
Il contesto: trent’anni di faide, riassetti e nuove alleanze
Il quadro delineato dagli inquirenti, anche negli atti precedenti, ripercorre la storia delle cosche nella Sibaritide per spiegare l’omicidio. Viene richiamata la fase degli anni ’80, poi le fratture interne e le faide che avrebbero ridisegnato la geografia criminale tra Corigliano, Cassano e l’area di Lauropoli.
Nel “racconto” investigativo, un passaggio chiave è l’ascesa degli Abbruzzese, noti come “zingari”, radicati a Lauropoli, e la successiva fase di indebolimento segnata da omicidi eccellenti e da operazioni antimafia come “Sybaris” e “Lauro”. In parallelo, viene ricostruita la crescita del gruppo Forastefano, indicato come capace di consolidare nel tempo un controllo su traffici e attività illecite, con richiami a indagini come “Omnia”, “Omnia 2” e “Timpone Rosso”.
L’elemento decisivo, nella prospettiva della Dda di Catanzaro, è il passaggio dalla rivalità alla collaborazione: le inchieste più recenti, tra cui “Kossa” e “Athena”, sono state indicate come riscontro dell’esistenza di un’alleanza tra Abbruzzese e Forastefano, ritenuta già operativa quando sarebbe maturata la decisione di eliminare Gaetani. Un delitto che, secondo l’accusa, sarebbe stato premeditato e funzionale a rafforzare l’equilibrio tra due delle consorterie più forti della Sibaritide.
2026.3.21 «Sono stato io»: lite fuori dal locale per una ragazza, uccide il rivale con 4 colpi di pistola e poi confessa l’omicidio. Chi è il killer
Si è costituito spontaneamente alla polizia un uomo di 35 anni di origine albanese, ritenuto responsabile dell’omicidio di Gjergj Pergegaj
«Sono stato io». Si è costituito spontaneamente alla polizia un uomo di 35 anni di origine albanese, ritenuto responsabile dell’omicidio di Gjergj Pergegaj, il connazionale di 30 anni ucciso nella notte tra venerdì e sabato nei pressi della rotatoria di Olmo, all’inizio di via Romana, alle porte di Arezzo.
L’omicidio
Dopo aver esploso i colpi di pistola che hanno tolto la vita alla vittima, l’uomo si era allontanato a bordo della propria auto, ma due ore più tardi è stato rintracciato nei dintorni della frazione aretina di Rigutino mentre contattava il numero di emergenza 112 per confessare l’accaduto e indicare la propria posizione.
L’autore del delitto, residente a Rigutino, non ha opposto resistenza all’arresto. Trasportato in Questura, è stato ascoltato dagli investigatori della Squadra mobile di Arezzo, guidata dal dottor Davide Comito. Le sue dichiarazioni, attualmente al vaglio degli inquirenti, hanno permesso di ricostruire alcuni dettagli della vicenda. La pistola utilizzata, una Glock, è stata sequestrata: era detenuta illegalmente e risulta rubata da un’abitazione circa un anno fa.
La vittima
La vittima, Gjergj Pergegaj, era nata a Lezhe in Albania e risiedeva nella frazione aretina di Frassineto. Avrebbe compiuto 30 anni il prossimo 19 aprile. Secondo le prime ricostruzioni, i due uomini si conoscevano da tempo e tra loro sarebbe nata una discussione degenerata in tragedia. Gli inquirenti non escludono motivazioni legate a rivalità sentimentali, ma precisano che ogni dettaglio deve ancora essere verificato.
Ucciso con quattro colpi di pistola
L’omicidio è avvenuto nella tarda serata di venerdì, intorno alla mezzanotte, in un piazzale frequentato della zona, vicino a un locale, a diverse attività commerciali e ad altre costruzioni. Secondo i testimoni, l’aggressione è stata improvvisa: quattro colpi di pistola hanno raggiunto Pergegaj, che è stato trovato riverso in una pozza di sangue.
I soccorsi del personale medico, giunto tempestivamente sul posto, sono stati purtroppo vani. La Squadra mobile, immediatamente intervenuta sul luogo del delitto, ha eseguito rilievi e acquisito testimonianze, isolando l’area circostante.
La confessione
L’arresto dell’autore è avvenuto nei pressi di Rigutino, dove l’uomo si trovava all’interno della propria auto mentre stava contattando il 112. Gli investigatori sottolineano che il fermato ha mostrato un atteggiamento collaborativo, fornendo una prima ricostruzione dell’accaduto. La salma della vittima è stata trasferita all’obitorio dell’ospedale San Donato, dove rimarrà a disposizione dell’autorità giudiziaria per gli accertamenti medico-legali. L’indagine, coordinata dal pubblico ministero Emanuela Greco, punta a chiarire la natura dell’incontro tra le due persone, se programmato o casuale, e a stabilire se l’omicidio sia stato premeditato o frutto di una lite improvvisa.
2026.3.18 BOLOGNA: Omicidio capotreno, processo a Mario Jelenic al via il 13 maggio
Comincerà il 13 maggio, in Corte d’Assise a Bologna, il processo per l’omicidio di Alessandro Ambrosio, il capotreno 34enne accoltellato a morte alla schiena la sera del 5 gennaio, nel parcheggio del piazzale ovest della stazione di Bologna. Unico imputato Marin Jelenic, croato 36enne senza fissa dimora, arrestato la sera dell’Epifania a Desenzano del Garda (Brescia) e da allora in carcere. A carico dello straniero c’era un ordine di allontanamento dall’Italia.
La Procura, pm Michele Martorelli, che ha coordinato le indagini della squadra Mobile, contesta a Jelenic le aggravanti dei motivi abietti e di aver commesso il fatto vicino ad una stazione ferroviaria. Nei confronti di Jelenic è stato disposto il giudizio immediato, un procedimento speciale che si attiva quando si ritiene che le prove siano evidenti e consente di saltare l’udienza preliminare. Un delitto fin qui rimasto senza movente: dalle indagini non sono emersi momenti di contatto precedente tra i due. Jelenic, che si è avvalso della facoltà di non rispondere nei due interrogatori fin qui fissati, è accusato dal sangue della vittima trovato su una delle sue scarpe, sulla lama del coltello e sulla fodera, mentre sull’impugnatura dell’arma sono emerse tracce di dna dell’indagato. Le immagini delle telecamere della stazione hanno ripreso il croato mentre seguiva il capotreno e poi mentre si allontanava: manca solo il fotogramma dell’accoltellamento, durato pochi secondi.
Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, ha fatto sapere che il Comune Bologna ha chiesto di costituirsi parte civile nel processo.
2026.3.9 Decreto Flussi, truffa sui migranti: la Cgil denuncia «Migliaia di vittime a Napoli, serve regolarizzazione»
L’arresto di un dipendente dell’Ispettorato del Lavoro riaccende i riflettori su un sistema criminale fatto di documenti falsi, finte assunzioni e permessi di soggiorno negati. Il sindacato: «Lo denunciamo da mesi, ora basta»
L’arresto di un funzionario dell’Ispettorato del Lavoro di Napoli ha riportato al centro del dibattito pubblico una piaga che la Cgil Napoli e Campania denuncia da tempo: le truffe sistematiche ai danni dei lavoratori migranti che entrano in Italia attraverso il Decreto Flussi. Secondo le indagini della magistratura, il dipendente pubblico era a capo di un’organizzazione dedita al rilascio di false documentazioni a immigrati residenti nel Napoletano.
Una rete criminale tra pubblico e privato
Il meccanismo fraudolento, stando a quanto emerso dalle indagini, coinvolgeva una rete ramificata di complici: datori di lavoro compiacenti, sedicenti professionisti, Caf e dipendenti pubblici.
Insieme orchestravano finte assunzioni che consentivano ai cittadini stranieri di ottenere il nulla osta per entrare regolarmente in Italia. Una volta nel paese, però, il lavoro promesso non esisteva — e senza contratto non c’è permesso di soggiorno. Il risultato: migliaia di persone intrappolate in una zona grigia di irregolarità forzata, vittime e non responsabili della propria condizione.
«Migliaia di persone truffate, chiediamo un tavolo istituzionale»
«Sono mesi che denunciamo questa grave situazione — scrive la Cgil in una nota —. Sono migliaia a Napoli e provincia i cittadini che hanno subito questo torto». Il sindacato riferisce di aver già avuto diversi incontri con la Prefettura di Napoli, chiedendo l’istituzione di un tavolo inter-istituzionale capace di fare luce sull’intera vicenda e individuare soluzioni concrete. Una richiesta che, alla luce degli arresti, appare oggi ancora più urgente.
Il nodo del «click day» e la richiesta di regolarizzazione
La Cgil non si limita a condannare il sistema criminale, ma punta il dito anche contro le storture strutturali del Decreto Flussi, a partire dal cosiddetto click day — il meccanismo a domanda cronometrata che favorisce chi ha mezzi e connessioni, aprendo di fatto la porta alle intermediazioni illegali.
«Vanno bene indagini ed arresti — sottolinea il sindacato —, ma non possiamo dimenticare le vittime di questa storia».
La richiesta è chiara: trovare una forma di regolarizzazione per chi, senza alcuna colpa, si è ritrovato senza lavoro e senza documenti a causa di un sistema che definiscono «balordo».
2026.3.9 Omicidio di Jlenia Musella: il fratello assassino avrebbe impugnato il coltello, non l’avrebbe lanciato
Lo suggeriscono gli accertamenti della Procura di Napoli. La giovane 22enne è stata uccisa il 3 febbraio
Giuseppe Musella non avrebbe lanciato il coltello contro la sorella Jlenia, uccidendola. Piuttosto, per gli accertamenti della Procura di Napoli, il 28enne teneva la lama saldamente in mano quando ha inferto la profonda ferita alla schiena alla ragazza che si è rivelata fatale. Il dettaglio non è secondario perché potrebbe riscrivere in parte il delitto del 3 febbraio a Napoli.
Le indagini
Le indagini sull’omicidio di Jlenia Musella, 22 anni, non sono ancora chiuse. Gli inquirenti hanno voluto svolgere ulteriori accertamenti prima di andare a processo. Le verifiche svolte, si è appreso, spingerebbero i pm a seguire l’ipotesi già formulata nelle primissime fasi dell’indagine: quella del coltello impugnato dal reo confesso e non lanciato. Una pista che era stata ripresa anche dal Gip nell’ordinanza con la quale aveva disposto la custodia cautelare in carcere per Giuseppe.
La confessione
Il 28enne, infatti, aveva confessato di aver ucciso la sorella in seguito a una lite. I due fratelli avrebbero litigato perché il cagnolino di lui aveva fatto la pipì sul pavimento di casa e Jlenia gli avrebbe dato un calcio facendo andare Giuseppe su tutte le furie. Poi un’altra discussione, pare per l’alto volume della voce di Jlenia durante una conversazione telefonica che impediva al fratello di riposare. Così lui le avrebbe lanciato un coltello: Jlenia sarebbe riuscita solo a fare qualche passo e uscire di casa prima di stramazzare al suolo.
2026.3.1 Omicidio di Firenze. Arrestato un viareggino. Era lui il debitore in un giro di droga
Antonio Corvino, 31 anni, da tempo aveva lasciato la sua città d’origine. Una gioventù tra Carnevale e una breve esperienza nel volontariato. Deve rispondere dell’uccisione a coltellate di un palermitano.
Un credito non riscosso (di circa 2.000 euro) per una partita di droga sarebbe alla base della rissa con coltelli avvenuta la notte scorsa a Firenze, terminata con l’uccisione di un giovane. Un episodio di sangue che ha visto tre persone arrestate per rissa aggravata, lesioni aggravate e omicidio, tra cui il viareggino Antonio Corvino, 31 anni che è stato, tra l’altro, il personaggio ’chiave’ della vicenda: lui avrebbe avuto infatti un debito di droga, tanto da indurre Gabriele Citrano, 33 anni di Palermo ma abitante a Pisa (poi rimasto ucciso a coltellate) e Giacomo Mancini, 52 anni, della provincia di Lucca, ad andare ad incontrarlo nella zona di Rifredi per una sorta di spedizione punitiva. Tutto è cominciato con un appuntamento, alle due di notte, alla stazione di Rifredi. Citrano con il compagno Mancini, giunti da Pisa a bordo della Opel del primo (assieme ad altre persone che però sarebbero rimaste in disparte), avrebbero avuto un conto in sospeso con Corvino, ovvero la droga non pagata per circa duemila euro. Il sospetto dei carabinieri del reparto operativo, guidati dal tenente colonnello Angelo Murgia, è che tutti i protagonisti fossero già alterati dal consumo forse della potentissima “Pv“, sostanza che sta prendendo sempre più campo dove si pratica il “chem sex“, sesso sotto l’effetto di sostanze.
Il viareggino Corvino si sarebbe presentato all’appuntamento ma senza il denaro e i due pisani avrebbero tirato fuori una mazza da baseball per colpirlo: lui allora sarebbe fuggito rientrando nell’appartamento dove, fino a poco prima, avrebbe consumato droga in compagnia di altri uomini (i carabinieri hanno infatti trovato chiare tracce del festino). Però anche Citrano e Mancini sono riusciti a entrare in quel bilocale al pian terreno, tra paura e fuggi fuggi. Resta Gabriele Atzeni, fiorentino 34enne. Quattro persone che si affrontano mentre spuntano anche un paio di coltelli da cucina. La peggio tocca a Gabriele Citrano, trafitto per sette-otto volte all’addome e ucciso in una mattanza sconvolgente.
Quando nell’appartamento arrivano gli uomini del Radiomobile – allertati da un 40enne rumeno che era riuscito a scappare prima che la lite degenerasse – l’immagine è agghiacciante. “I carabinieri si sono trovati di fronte a una scena raccapricciante e sono riusciti a scongiurare un bilancio più grave, perché i quattro si stavano ancora fronteggiando” ha detto il tenente colonnello Angelo Murgia, comandante del Nucleo operativo di Firenze. Chi impugnava il coltello? Saranno le consulenze genetiche disposte dalla procura a stabilirlo. Manette per Corvini, Mancini e Atzeni: domani, sono fissati gli interrogatori dei tre arrestati, martedì è in calendario l’affidamento dell’autopsia sul cadavere di Citrano.
La notizia è rimbalzata anche a Viareggio dove Antonio Corvino era molto conosciuto: cresciuto al Varignano, solo negli ultimi anni aveva di fatto trasferito la sua vita a Firenze, tanto da risultare “senza fissa dimora”. Una gioventù di normalità, raccontata dal suo profilo Facebook, tra serate in maschera a Carnevale con gli amici e anche una breve parentesi di 3-4 mesi una decina di anni fa come volontario di un’associazione. Lavoretti saltuari e una compagnia di frequentazioni ormai consolidata, anche con personaggi noti di Viareggio. Poi quella frattura dalla famiglia e dalla sua routine. Il vortice della droga e le frequentazioni che l’hanno portato a virare in un’altra direzione. Tanto da spezzare ogni contatto con la sua città di origine.
2026.2.17 Festa con champagne dopo l’agguato al delfino del boss: 4 arresti a 15 anni dall’omicidio Campana
Decisivi due pentiti “di peso”: il delitto pianificato in cella a Secondigliano per colpire Gaetano Beneduce. Presi presunti mandanti, killer e basisti

Pozzuoli – Quindici anni dopo, il cerchio si chiude su un omicidio di camorra rimasto a lungo senza colpevoli in carcere: quello di Carmine Campana, uomo considerato all’epoca il “pupillo” e cassiere del clan Beneduce, oltre che gestore delle estorsioni.
Un bersaglio scelto non per caso, ma per colpire al cuore il boss di Pozzuoli Gaetano Beneduce: eliminare la persona più vicina a lui.
La svolta è arrivata con le dichiarazioni convergenti di due collaboratori di giustizia, ritenuti centrali nella ricostruzione, e con una serie di riscontri investigativi. I carabinieri della compagnia di Pozzuoli hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di quattro persone: il provvedimento è stato emesso dal gip Antonino Santoro su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.
Gli arrestati sono Ferdinando Aulitto, 59 anni, detto “capellone”; Salvatore Cianciulli, 39 anni, alias “masaniello”; Mario Pagliuca, 46 anni, detto “marittiello”, fratello del pentito Procolo; e Leonardo Tortorella, 55 anni, cognato di Mario.
Aulitto e Cianciulli risultano già detenuti per altri reati di camorra; Pagliuca e Tortorella sono stati bloccati all’alba.
Nella stessa indagine compaiono anche Procolo Pagliuca e Gennaro Alfano, indicati come mandante ed esecutore reo confessi: per loro non è stata emessa misura cautelare proprio perché collaboratori di giustizia.
La faida e la scelta del bersaglio: “colpire il boss attraverso il suo uomo chiave”
Per inquadrare il delitto bisogna tornare agli anni della faida che, tra il 2007 e il 2010, insanguinò l’area flegrea e le zone limitrofe. Da una parte i Beneduce, dall’altra i Longobardi, con il sostegno del gruppo Pagliuca-Sarno. Una guerra di potere e controllo sul territorio, sulle estorsioni e sul traffico di droga, che lasciò una scia di vittime.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’omicidio Campana nasce dentro questa frattura.
La decisione sarebbe maturata nel carcere di Secondigliano: una pianificazione “da cella”, in pochi metri quadrati, dove si sarebbe discusso di tutto, perfino dell’arma da impiegare.
Nel racconto confluito agli atti, una pistola sarebbe stata persino “donata” da un veterano del clan come parte di un rituale di affiliazione: un passaggio che segna l’ambizione di Procolo Pagliuca, ras del Rione Toiano, pronto — secondo l’impianto accusatorio — a rompere vecchi equilibri e a costruire una propria autonomia.
L’obiettivo, per gli inquirenti, era duplice: vendetta di faida e conquista di spazio criminale. Pagliuca, con l’appoggio di Aulitto (che all’epoca risulterebbe affiliato ai Beneduce), avrebbe puntato a prendere in mano le leve principali del potere sul territorio: spaccio ed estorsioni ai commercianti di Pozzuoli.
L’agguato del 15 maggio 2010: nove colpi nel parcheggio della caffetteria
La mattina del 15 maggio 2010, a Licola, la spedizione di morte entra nella fase esecutiva.
Campana viene raggiunto all’interno del parcheggio di una caffetteria nei pressi dello svincolo della SS7 Quater. È in auto, una Smart For Two.
A sparare — secondo quanto ricostruito — sarebbe stato Salvatore Cianciulli, in sella a una Yamaha T-Max guidata da Gennaro Alfano. I due, con il volto coperto da caschi integrali, si sarebbero avvicinati alla vettura e avrebbero esploso nove colpi di pistola calibro
7,65, colpi che non gli lasciano scampo.
Nella ricostrizone dell’agguato, un ruolo chiave lo avrebbero avuto anche i “basisti”: Mario Pagliuca e Leonardo Tortorella. A loro viene attribuita la preparazione logistica (moto, caschi e armi) e il supporto sul campo, con pedinamenti e “battute” alla vittima da bordo di due auto, fino alla copertura della fuga.
Le tracce cancellate: moto bruciata, arma nel lago d’Averno
Dopo l’omicidio, la strategia sarebbe stata quella classica dei delitti di camorra: eliminare i reperti e spezzare i collegamenti.
La motocicletta sarebbe stata abbandonata e data alle fiamme in un terreno; la pistola, invece, sarebbe stata lanciata nelle acque del lago d’Averno.
Nel mirino — emerge ancora dalla ricostruzione — non ci sarebbe stato solo Campana: nei giorni precedenti, un altro affiliato del clan Beneduce sarebbe stato seguito, ma quella mattina risultava assente dal luogo dell’agguato.
“Dolci e champagne”: la festa e il presunto rito di affiliazione dopo l’omicidio
Uno dei passaggi più inquietanti, riportato negli atti attraverso le parole del collaboratore, riguarda ciò che sarebbe avvenuto subito dopo il delitto: una festa in casa Pagliuca, al Rione Toiano, con dolci e champagne. Un brindisi che, nel racconto, diventa anche un secondo rito di affiliazione.
Procolo Pagliuca mette a verbale un dettaglio preciso, consegnato dagli investigatori alla ricostruzione complessiva. «Il pomeriggio dell’omicidio ho mandato mio fratello Mario e Alfano Gennaro da Aulitto Ferdinando con un bicchiere di champagne dicendo loro di dire ad Aulitto che era il bicchiere dal quale già avevo bevuto io».
E ancora, sempre secondo il racconto: Aulitto avrebbe bevuto e avrebbe risposto: «A posto, salutamelo e dagli un bacio».
Sono frasi che, per gli inquirenti, non descrivono solo un brindisi, ma un linguaggio di appartenenza: la celebrazione dell’omicidio come “sigillo” di un patto e come messaggio interno di riconoscimento.
L’inchiesta e la svolta: riscontri e dichiarazioni per chiudere il cold case
L’indagine che porta agli arresti, secondo quanto riferito, si regge su due pilastri: da un lato gli accertamenti tecnico-scientifici e gli elementi di riscontro, dall’altro le chiamate in correità e la ricostruzione dettagliata dei collaboratori di giustizia, che indicano mandanti, esecutori e basisti.
Il risultato, quindici anni dopo l’agguato, è il provvedimento cautelare che ridisegna la mappa delle responsabilità attorno a un delitto simbolo della stagione di sangue della faida flegrea: l’omicidio di un “uomo chiave” per arrivare al boss, colpendo la sua cerchia più stretta.
Chi sono gli arrestati
Ferdinando Aulitto, 59 anni (“capellone”): già detenuto per altri reati di camorra.
Salvatore Cianciulli, 39 anni (“masaniello”): indicato come il presunto killer; già detenuto per altri reati.
Mario Pagliuca, 46 anni (“marittiello”): indicato come basista; arrestato all’alba.
Leonardo Tortorella, 55 anni: indicato come basista; arrestato all’alba.
Ruoli secondo l’accusa
Mandante (collaboratore): Procolo Pagliuca.
Esecutore alla guida (collaboratore): Gennaro Alfano.
Killer: Salvatore Cianciulli.
Basisti: Mario Pagliuca e Leonardo Tortorella.
(nella foto da sinistra in alto la vittima Carmine Campana, il killer Salvatore Cianciulli e di due pentiti Gennaro Alfano e Procolo Pagliuca; in basso da sinistra ferdinando Aulitto, Mario Pagliuca e e Leonardo Tortorella)

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